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martedì, maggio 31, 2005
Vuoto dentro
Il senso del vuoto è la cosa più terribile.
Non quello fuori, ma quello dentro di me. Quello che c’è dietro il coraggio, la ragione , la fede, lo sconforto e la speranza. Quello nascosto dietro l’amore o l’amicizia, la felicità di qualche istante e la tristezza delle lunghe notti insonni. Quello che assomiglia ai tuoi ricordi, agli amici scomparsi, a chi non hai amato abbastanza, a chi hai amato troppo. Quello che rimane dopo che la forza, l’energia, il corpo stesso ti abbandonano, esauriti dal loro stesso durare.
Quello che ha il nome di una piccola e terribile parola: paura.
E l’orrore dell’assordante suono del suo silenzio carico di infelicità.
domenica, maggio 29, 2005

Acqua dolce
In uno stanco pomeriggio di canicola, al riparo della penombra sospesa di una piccola pergola, tra cinguettii nascosti, respiro affannoso, scodinzolare di un cane bambino, la mente catturata da un’emozione liquida ed avvolgente.
In fondo è tutto ciò per cui può ancora valere la pena….
“Acqua dolce, acqua dolce ma di un dolce che nessuno vuol bere
acqua stanca e acqua gonfia succhia i remi e le gambe dei bambini
lavandaia sulla riva col tuo asse per appoggiare le ginocchia
il sapone e la camicia, sfrega i panni e il riflesso delle montagne
e quest'onda vagabonda è una lingua che bagna le parole
lingua che taglia e lingua rotonda prima è timida e poi spruzza tutti
Acqua dolce, acqua dolce troppo alta per farsi accarezzare
acqua chiara o sporca, troppo vecchia per levarsi le mutande
sotto la pancia di ogni barca e sopra le testa di ogni sasso
sopra il rosario di ogni memoria ma su di te non resterà neanche un passo
nemmeno il sole che ti frusta la schiena o la luna che si bagna i piedi
neppure la spada di ogni tempesta riusciranno a lasciarti un disegno
Acqua dolce, acqua dolce acqua che scappa e poi torna indietro
acqua vetro e acqua perla pronta per tutti ma che non aspetta nessuno
abbiamo una faccia da tartaruga e abbiamo una faccia da pesce in carpione
abbiamo una faccia che sembra roba tua e ormai ti vediamo senza guardarti
qualcuno è scappato dalla puzza dell'alga e poi è tornato per lavarsi le mani
qualcuno ha sputato sulla tua onda e poi è tornato con una lacrima in più
Acqua dolce, acqua dolce quanta acqua riempie questi occhi
acqua nera e senza colpa, acqua santa senza ragione
e passa un battello e passa un inverno e passa una guerra e passano i pesci
passa il vento che ti ruba il mantello e passa la nebbia che chiude le stelle
pescatore che lasci la sponda nella breva che morde i vestiti
rema in piedi su questa foglia che dondola con la canzone che non vuoi mai finire....”
E per quei pochi fortunati (come Lui) che ne possono apprezzare l’armonia, anche il testo originale.
Akuaduulza, akuaduulza ma de un duulz che nissoen el voe beev
Acqua stràca e acqua sgunfia sciùscia i remuj e i gaamb di fiulìtt…
Lavandèra in soe la riva cul tò ass per pugià giò i genoecc
El savòn e la camìsa, sfrèga i pàgn e’l riflèss di muntàgn
E quest’unda vagabunda l’è una lèngua che bagna i paròll,
lèngua che rànza e lèngua redùnda, prema l’è timida e poe sbròfa tucc…
Akuaduulza akuaduulza troppa vòlta per fàss carezzà
Acqua ciàra o spurcelènta, tropa vègia per tràss foe i mudaand,
suta el ventru de ogni barca e sura la cràpa de ogni sàss
sura el rusàri de ogni memoria…ma sura de te resterà nissoen pàss..
gnanca el suu che te frusta la schèna o la loena che pucia giò i pee,
gnanca la spada de ogni tempesta riussirànn a lassàtt un disègn…
Akuaduulza akuaduulza acqua che scàpa e che poe turna indree
Acqua vedru e acqua perla prunta per tucc ma che spècia nissoen
Gh’èmm una fàcia de tartaruuga e gh’èmm una fàcia de pèss in carpiòn
Gh’èmm una fàcia che paar roba tua e urmai te vedum senza vardàtt
Quajvoen l’è scapaa da la spuzza dell’alga e poe l’è turnaa per lavàss i soe màn
Quajvoen l’ha spudaa in soe la tua unda e poe le turnaa cun ‘na lacrima in pioe
Akuaduulza akuaduulza quanta acqua impienìss questi oecc
Acqua negra e senza culpa, acqua santa senza resònn
E passa un batèll e passa un invernu e passa una guèra e passen i pèss
Passa el veent che te ròba el mantèll e passa la nèbia che sàra soe i stèll
Pescaduu che te làsset la spunda ne la brèva che càgna i vestii
Rèma in pee soe sta foeja che dùnda cun la canzòn che te voett mai finì……
(Il resto lo trovate qui)
venerdì, maggio 27, 2005
Monòpoli
Il gioco della vita, si dice.
Io non ho mai capito bene in che senso deve essere inteso tutto ciò.
Posso solo dire che se mai dovessi scegliere nella mia gioventù, quando ancora aveva ancora una sua ragion d’essere, un gioco che possa rappresentare in modo completo la mia vita, beh! credo che il Monòpoli sarebbe il mio favorito.
Perché c’è tutto lì dentro: c’è l’azzardo, la prudenza, la fortuna e la furbizia, ci sono i colori, i progetti e le delusioni, il vile denaro, i dubbi e le decisioni, l’imprevisto e la prigione, i simboli e le finzioni….tutto il mio essere nel mondo, e tutti i miei sogni sopratutto.
Ogni casella ha un preciso posto nella lavagna della mia anima, nei buoni o nei cattivi, tra ciò per cui vale la pena e ciò cui invece non si aspira per niente.
Ecco allora l’odiato Parco della Vittoria, troppo bello, troppo corteggiato, troppo sopravvalutato, i malinconici Verdi, costosi come sangue, amari come la sconfitta. E i Rossi dai nomi troppo altisonanti, il Vicolo Corto, inutile e malsano, l’Imprevisto, con la sua fatidica inopportunità. E gli Alberghi, ricchi rubini irraggiungibili.
Di là invece gli amati Azzurri, umili e pieni di speranza con il loro incredibile Bastioni Gran Sasso, i Marroni fascinosi, i Gialli e la loro luce, le Probabilità, il Viale dei Giardini, coi suoi fiori immaginati e ricchi di aromi lontani, e il Vicolo Stretto, le piccole casette verdi, sole all’inizio, poi via via sempre più numerose, ognuna col suo carico di azzardo e di buon senso, ognuna appoggiata sulla fortuna, ognuna frutto di piccole fatiche e di grandi sogni.
E poi c’erano loro, le Stazioni.
Loro, figlie dei punti cardinali, loro che raccontavano il tuo desiderio di fuga, non importava dove, non importava quando, ma solo che qualcosa ne ricordasse la possibilità.
Per loro avresti dato tutto, per loro avresti pagato il doppio del loro valore, avresti ceduto case ed alberghi, terreni e società, forse anche parte di te stesso…
Almeno tutta la parte che non potevi infilare nella strana valigia multicolore, che faceva capolino dal nascondiglio nel tuo cuore ogni volta che la tua candelina di legno giallo saltava gioiosa sul primo treno in partenza verso un sogno.
giovedì, maggio 26, 2005
Orizzonte
Sta succedendo qualcosa al mio Tempo ed io non so perché?
Il fatto è che Lui si sta consumando da solo, è come se avesse il verme solitario. Più cose ingurgita, più ha fame, più spazio si dà e più ne vorrebbe. E così facendo sta lentamente svanendo.
E’ diventato una specie di fantasma, sospeso su una specie di orizzonte degli eventi.
Il fantasma del tempo: sembra il titolo di un romanzetto di fantascienza.
Sono scoraggiato; ogni momento ormai mi sfugge via, si estingue dentro se stesso, lasciandomi in braghe di tela in mezzo ad un fiume troppo largo da attraversare con questi istanti quasi invisibili.
Gi amici scrivono ed io non ho neppure il tempo di rispondergli, il lavoro preme, ma mi manca lo spazio di affrontarlo con la giusta prospettiva, anche il divertimento è diventato una fatica quasi insopportabile, come se il mio Tempo libero fosse diventato improvvisamente un noioso sogno in bianco e nero.
Chissà, forse è solo stanco di questa sa solitudine il mio Tempo, di sentirsi chiamato in causa continuamente, di non riuscire a dare quello che tutti attorno gli chiedono.
Forse fra un po’ ritornerà quello di prima, monotono e rassicurante insieme; gli basterà sdraiarsi al sole per qualche giorno, senza contarsi o misurarsi, e tutto tornerà a girare per il giusto verso.
Noi, nel frattempo, lo aspetteremo con pazienza.
Siamo stati prudenti per fortuna, e senza farci troppo notare ne abbiamo messo un po’ da parte per le emergenze.
Del nostro Tempo intendo dire.
Certo, non sarà forse il più recente, ma è pur sempre qualcosa che conta, magari anche solo per noi.
mercoledì, maggio 25, 2005
Intuito
E’ lì, nascosto dietro la sottile ombra del ragionamento, come se volesse cercare riparo da uno sguardo troppo indiscreto. Ma in alcuni momenti è sufficiente il soffio leggero del silenzio per mostrarne la presenza, costante e misteriosa, per occhi non abituati alla sua luce abbagliante.
Questo, intendiamoci, non è una sua colpa, è soltanto così che va il mondo, o meglio è così che lavora la nostra anima, mentre cerca di rubare il Segreto.
Siamo noi che quasi sempre pensiamo a bocconi, perché in effetti è così che va il mondo. Ci hanno insegnato che la vita va presa a morsi, piccoli e frequenti, lo si impara del resto lottando contro di essa. Solo che in questo modo si pensa che sia lecito farlo in ogni occasione, mentre invece non è così che si vince veramente, che si abbatte il muro fino alle fondamenta.
Solo ogni tanto si intravede l’isola su cui si appoggia l’edificio, la base su cui ci appoggiamo per soppesare i particolari del mondo con la nostra ragione, con la nostra abitudine, con la nostra tecnica ed esperienza.
Lei, l’Isola che non c’è, esiste proprio accanto a noi; è solo difficile da vedere perché è diversa dalle altre. Non migliore o peggiore, semplicemente diversa.
Il suo sguardo ha mille occhi, ed è l’unico in grado di abbracciare tutto nello stesso istante, è quello che avvolge i particolari, lasciandoli liberi di svilupparsi passo dopo passo all’interno della sua unità.
E’ lui che quando la vita si avvicina ad uno dei suoi salti ti avverte che è il momento, che il nuovo è laggiù che aspetta il tuo arrivo; è lui che dà alla tua libertà lo spunto per risvegliarsi.
E’ il tuo piccolo angolo di divino, il resto di luce che la caduta ci ha riservato.
A volte ci chiama. A volte lo sentiamo. A volte rispondiamo anche.
Ieri mi è sembrato di sentirlo, o forse era solo un presentimento; forse domani.
Però mi sento abbastanza pronto stavolta.
martedì, maggio 24, 2005
À bientôt
Non lo so come mai accade, ma accade. Ogni tanto, senza che uno se lo aspetti.
Forse è stata la pioggia di stamattina, o il pensiero che a volte si scioglie in ricordi lontani, o la voglia di movimento libero, l’ardore dell’inconsueto, il bisogno di colori caldi ricoperti di sole, il profumo lilla di una farfalla che riposa sul tuo indice teso nel silenzio azzurro di una valle nascosta nel verde.
Forse tutto ciò, o forse al contrario di quanto pensa il buon Luigi, Dio ogni tanto gioca anche a dadi, almeno nel buio di un’anima desiderosa di un suo piccolo spazio interiore.
E basta allora il suono di un nome lontano per inondarti la mente di nostalgia, gioia e speranza.
lunedì, maggio 23, 2005
Per gioco, ma non troppo
Mi sento in vena di sorrisi oggi, nonostante l’acqua.
E mi adeguo più che volentieri al Suo invito, lasciandomi cullare dalle note.
1. Volume totale dei file musicali:
- 1,2 GB su HD (i primi 12 album dei Pink Floyd più una macedonia indistinta. Ho appena pulito.)
- un numero tra 60 e 140 cd (presto sempre e non richiedo mai indietro)
- circa 50 LP, impolverati dal tempo...
2. L'ultimo CD che ho comprato:
- Arvo Part - Fratres
3. Canzone che sta suonando ora:
- Pink Floyd - Pigs (Three Different Ones)
4. Cinque canzoni che ascolto spesso (ultimamente) o che significano molto per me:
- Israel Kamakawiwoole – Somewhere over the rainbow
- Pink Floyd – Confortably numb
- Pearl Jam – Yellow ledbetter
- David Crosby – Almost cut my hair (live)
- Bob Dylan – One more cup of coffee
Domani è un altro giorno, si vedràààààààà.
domenica, maggio 22, 2005
Se piangi, se ridi
Forse è veramente semplice la soluzione.
Basta solo riconoscere di fronte a se stessi che ormai le uniche cose che vale veramente la pena condividere con chi ci sta a fianco sono quelle di cui ci si rifiuta sempre di parlare.
Voglio dire paura, fughe, ricordi inconfessabili, debolezze mascherate da originalità.
Perché è inutile rimandare, sotterrare, giustificare, o chiudere gli occhi per non vedere.
E per non farsi vedere.
Non ci si libera da soli da una prigione così. Ci vogliono complici che attendono fuori.
Ne’ si può continuare in eterno a respirare aria fritta.
Certo non è facile trovare un orecchio che ascolti, o occhi così profondi in cui tuffarsi con i propri fantasmi senza timore.
Ma è anche così difficile poterne fare a meno, una volta che li si è potuti toccare…
Basta il coraggio di pronunciare qualche sillaba, il resto verrà poi, da sé.
Perché poi una lacrima è pur sempre una lacrima.
Che sia di dolore o di gioia in fondo non fa molta differenza, ad un certo punto.
venerdì, maggio 20, 2005
Think Pink
Pensavo, stamattina mentre attendevo il mio turno, col volto riscaldato da un sole azzurro.
Pensavo, mentre lontana, al di là del verde, del giallo, del marrone ed anche del grigio, la massa enorme della Montagna dipinta di rosa incombeva su un orizzonte pigro, caduto dal cielo.
Pensavo, al me che aspettava il momento di tornare ad essere libero, e a lei, infinita pietra colore dell’alba prima della Storia.
Pensavo, e capivo che in fondo la presenza discreta della Natura nei miliardi di particelle che si innalzano verso il cielo, leggere e compatte, in quella meravigliosa pietra fatta di millenni, rendeva la mia piccola vita, il mio cuore ansioso, i miei occhi appena intiepiditi dalla sua eternità incombente, assolutamente indifferenti di fronte alla vastità del suo Tempo.
Pensavo, e l’ingiustizia della nostra esistenza, si mostrava infinitamente meno importante della superficie levigata di quella piccola pietra color carne, lassù, proprio in cima al Trono Rosa galleggiante nel cielo.
Pensavo.
Mentre la voce di una piccola donna ripeteva per la terza volta il mio nome, appoggiandolo dolcemente ad un punto di domanda.
giovedì, maggio 19, 2005
Dark side
E che cos’è allora questo battito meccanico su strani segni color notte, in queste piccole ore piene di immobilità irrequieta, di speranza intorpidita dal sonno, di palpebre come saracinesche abbassate al termine del lavoro?
Cos’è questo sentirsi come al cospetto di un paese privo di ogni interesse, abitato da uomini e donne affaticati solo a risvegliarsi per andare incontro a una vita fatta di ieri?
Cos’è se non l’attesa di un suono, di un volto, magari di uno schiaffo che spezzi l’ombra sinistra dell’incertezza che ci sta calando addosso, avvolgendoci col suo velo, fatto di noia e di vuota stanchezza?
Che sia questa la famosa faccia nascosta della Luna?
Perché se così fosse meglio l’altra, decisamente!
mercoledì, maggio 18, 2005
Foglie
Vi ho mai detto della mia collezione di foglie?
Beh, l’ho iniziata molti anni fa, per gioco quasi, anche se in fondo c’era della roba seria sotto.
Il fatto è che a volte leggevo una frase del tipo “il sole faticava a penetrare nella verde barriera degli olmi”, o magari “le foglie delle farnie secolari….”, o anche “un’ape solitaria appoggiata pigramente sul giallo fiore di un altissimo liriodendron…”
Olmi? Farnie? Liriodendron? Beh, io non avevo la minima idea di come fossero fatti; a malapena sapevo che di fronte a casa cerano dei platani, ma se per caso mi avessero chiesto che forma avessero i suoi frutti avrei risposto con un semplice “frutti?”
E allora mi sono comprato un libro tipo “guida al riconoscimento degli alberi”, me lo sono letto e riletto, ho guardato e riguardato i disegni colorati delle gemme, dei fiori, dei frutti, delle drupe, dei tronchi…. E poi sono arrivato alle foglie, e lì ho deciso: ho preso un grande quaderno, di quelli con le lettere dell’alfabeto sul bordo, e ho iniziato a raccogliere foglie, a pressarle, stirarle, incollarle, conservarle insomma. Per anni, forse decenni.
Da allora, ogni volta che mi trovo a passare accanto, meglio ancora sotto, una pianta, il mio occhio “cade” automaticamente su di lei, sul suo fusto, e soprattutto sulle sue foglie…
E questa cosa mi rende in un certo senso felice, come quando ti capita di andare in un posto in cui non sei mai stato e ad un certo punto ti accorgi che quel tale, laggiù in fondo, ha un volto che ti è familiare, anzi lo conosci proprio, è il tuo vicino di casa, quello che incontri la mattina mentre rientra all’ora del caffè e a cui tu, col tuo sonno così diverso dal suo, non manchi mai di fare un piccolo e silenzioso cenno col capo.
Ti fermi un attimo a pensare e poi dici a te stesso con soddisfazione: “Cedrus Deodora”, oppure “Alnus Glutinosa” o addirittura “Liquidambar Styraciflua” e sorridi loro, senza troppo scomporti, perché si sa le piante non amano troppo i gesti plateali. Però a me basta il loro saluto discreto, quel leggero stormir di foglie con cui dimostrano di avermi visto a loro volta.
Dico questo perché oggi mi sono accorto che il mio quaderno con le lettere sul bordo, quello con le foglie raccolte in tutti i posti dove ho fatto amicizia con un albero nuovo, il mio diario verde insomma, quello nel quale custodivo le reliquie di tutti i miei amici di questo strano mondo parallelo, è sparito.
O almeno credo che sia sparito. Magari se n’è andato, semplicemente perché era stanco di aspettare che venissi a trovarlo, in questa vecchia soffitta in cui l’avevo dimenticato alcuni anni fa. Oppure qualcuno l’ha notato sullo scaffale polveroso e se l’è portato via, per curiosità, o magari per invidia, o forse per distrarre il suo bambino dalla solita X-Box…
Fatto sta che non lo trovo più accidenti!
E anzi, non riesco proprio più a trattenerla questa lacrima che mi sta annebbiando l’occhio, da qualche minuto.
Appiccica un po’, sembra quasi resina.
Quella del Taxus Baccata per l’esattezza.
martedì, maggio 17, 2005
Bada
Mio padre me lo diceva sempre.
Che un uomo deve prima di tutto saper badare a se stesso. Solo che io non ci ho mai badato molto, me ne rendo conto. Ma, badate bene, non è che lo facessi con convinzione; era solo un adagiarsi, un rimandare ad altri il compito.
Poi le cose sono cambiate e adesso mi ritrovo a badare agli affetti, agli affari, a volte persino riesco per un attimo a badare agli amici e al mondo.
Solo che purtroppo mi rendo conto di non riuscire ancora a badare a me stesso, e mi sembra di risentirlo il vecchio tiranno che, con l’indice alzato, ripete all’infinito il suo “bada a tua madre, alle tue sorelle, alla tua casa, ai tuoi vicini, alla gente, agli amici e ai nemici, ai pericoli e alle gioie. Ma soprattutto bada a te stesso, se vuoi essere un vero uomo."
Allora proprio non riesco a tenerla a bada la mia coscienza di giovane vecchio.
Perché ecco, ora che ho imparato a badare così bene al mondo, non riesco ancora a farlo con me stesso. E fra un po’ i capelli saranno tutti bianchi, almeno quei pochi che ce la faranno a resistere tanto da cambiare il colore. Non avrò più molto tempo per correre ai ripari e diventare grande.
Perché mio padre me lo ricorda sempre, ogni volta che lo rivedo, la notte: "bada ragazzo, un vero uomo deve saper badare a se stesso. E al proprio domani."
Anzi, per prima cosa credo che dovrei proprio cominciare col trovarmi una brava badante.
lunedì, maggio 16, 2005
Un pezzo dopo l’altro
“Perdo i pezzi ma non è per colpa mia…
E’ un periodo così, non ci posso fare niente. Capita ogni tanto che le cose che ti circondano, con cui hai convissuto così a lungo da farle diventare pezzi della tua stessa vita, si allontanino improvvisamente. A volte è una nostra scelta l’abbandono, la separazione da qualcosa che si è esaurito nella nostra mente, altre volte invece è il Caso che bussa alla porta con un cartello con scritto “Fine”; le luci si riaccendono in sala e si torna alla vita reale.
Non era certamente un monumento storico, ne’ un esempio di architettura moderna, ne’ la si poteva certo definire funzionale; men che meno bella…
Era soltanto una modestissima pensilina in cemento, piuttosto in là con gli anni, visto che qualcuno tra i più anziani la faceva risalire al ’37 dell’altro millennio, o sarà stato al massimo il ’38… in ogni caso venne il podestà da Milano per l’inaugurazione, era il mese di ottobre e il granoturco era già alto….
Io ci ho sempre vissuto accanto, da quando sono nato, e Lei ha visto tutti i miei giorni arrivare ed andarsene, estate e inverno, sole o pioggia, non importa. Era robusta, squadrata ed essenziale, con un’anima di ferro racchiusa in un vestito fatto di piccoli ciottoli tondeggianti, color dell’autunno in cui era nata, umido e pieno di tragiche aspettative.
Ogni mattina lo sguardo di decine di persone si rivolgeva a Lei da lontano, come se raggiungerla significasse già il compimento di un piccolo passo verso il ritorno a casa, dopo una lunga giornata di lavoro o di studio, di speranza e delusione, di fatica quasi sempre, a volte anche di gioia.
Ed io, il collo allungato verso il vetro dietro cui sapevo di ritrovarLa, sicura come la luce, dura come la vita, accogliente come una casa, srotolavo la mia vita davanti al suo sguardo, impassibile e generoso.
Perché i miei occhi rivedono le scritte, tutte, dalla A cerchiata d’azzurro, alle mie prime parolacce rosse come la vergogna, alle dichiarazioni d’amore, alle accuse ignote, alle risposte firmate.
E poi le battaglie con le cerbottane, le notti d’estate aspettando l’alba, gli adolescenti avvinghiati, gli ubriachi col braccio cascante aggrappato all’ultima goccia che cade.
Le risa e i pianti, gli sbadigli e le bestemmie, le donne e gli uomini, i visi già visti, i volti ignoti, gli anni, tutti.
Stamattina una macchina infernale dal rumore di mitraglia ha eseguito la sentenza.
Da qualche anno ormai, una quindicina di metri più avanti, una luccicante, trasparente, gelida struttura di anonimo plexiglas accoglie i viaggiatori diretti in città, e Lei non aveva più molto da fare in effetti.
Però chi è nato con Lei, e siamo ancora in molti, non l’aveva mica dimenticata, non ancora almeno.
Chissà se è per questo che mentre la stavano fucilando, mentre la sua anima di ferro si afflosciava con pudore su se stessa, mentre i passanti che non ne conoscevano il segreto le lanciavano uno sguardo distratto, mentre il cerchio di coloro che, malinconici e pieni di vecchie immagini in bianco e nero, si stringeva lentamente verso di Lei per un ultimo omaggio alla compagna dei propri viaggi, mentre la polvere ricadeva sulla propria madre ormai defunta, la parola che mi riecheggiava nel cuore era soltanto un breve, triste e rassegnato “Mah…!”
…se una cosa non la usi non funziona”
domenica, maggio 15, 2005

Stanco
Ieri ho capito la mia stanchezza.
Non è fatta di fatica, come dopo una lunga giornata colma di lavoro.
Non è neppure fatta di noia, che reclama spazio ed indebolisce il cuore.
Nemmeno è fatta di paura, perché allora basterebbe chiedere aiuto alla luce di un sorriso vicino.
La mia stanchezza è solo fatta di Tempo.
Del molto che ho dimenticato, del poco che mi si è conficcato dentro, di quello che conosco adesso, di quello oscuro che mi attende.
E che mi toglie il respiro ogni volta che tento di assaporarne il gusto, sconosciuto e implacabile.
Il Tempo, la cui polvere preziosa più dell’oro, mi scivola perennemente fra queste dita, abbandonate allo sconforto di questa inutile rincorsa che, impronunciabile, mi prosciuga.
venerdì, maggio 13, 2005
Pacco Posta Visita Partenza
Nella mia testa lei non è più mia da tempo. E del resto per me è una cosa normale; gli oggetti, le cose di una vita, ad un certo punto cessano di dare nutrimento, non stillano più linfa, ma diventano solo vecchi pattumiere colme di scorie travestite da ricordi, spugne maleodoranti che rilasciano acqua sporca.
E’ questo il momento di azzerare, di pulire ed asciugare l’anima dalla muffa del tempo…
La prima volta che l’ho vista, saranno quasi 40 anni, questa casa mi è sembrata enorme e meravigliosa, una specie di cattedrale candida, illuminata dalla luna e dal riflesso del mare. Del resto ero allora ancora un bambino, e ai miei occhi le cose a volte apparivano vestite di magia.
E soprattutto c’era il boato del treno lanciato nella notte, appena al di là della finestra e di un piccolo sipario fatto di canne. Contraltare buio, preannuncio di punizione per peccati solo immaginati e non ancora commessi.
Pacco, Posta, Visita, Partenza.
La filastrocca esorcizzava la paura.
Pacco, Posta, Visita, Partenza.
I vagoni passavano e la speranza continuava ad alternarsi al dubbio su chi avrebbe mai potuto inviarmi qualcosa in questo strano castello lambito dalle onde.
Pacco, Posta, Visita, Partenza.
Ancora oggi, quando il mio sguardo incrocia quello di un convoglio in corsa, non mi riesce di evitarla la cantilena di un tempo, nonostante i capelli grigi, nonostante chi l’aveva suggerita sia ormai irrimediabilmente lontano, nonostante il me stesso di oggi sia solo un riflesso ingiallito del bambino “che guardava passare i treni”.
Fra pochi giorni una semplice penna porrà fine con due brevi parole alla paura di ieri e all’odierna stanchezza, liberandomi le braccia dalla stretta di queste pareti soffocanti, da questa nènia sorta in anni illuminati da una luna ancora sorridente.
Fra pochi giorni, forse qualcuno suonerà alla mia porta, annunciando che l’ultimo convoglio della notte ha urlato il suo responso: niente pacchi stavolta.
Si parte finalmente!
giovedì, maggio 12, 2005
Il Dolore, quello con la D maiuscola è abbastanza difficile da incontrare.
Perché si crede di soffrire a volte e invece sono solo granelli di polvere che arrossano occhi indiscreti e distratti. Sono solo inciampi da cui ci si può rialzare con una capriola. Sono piccole ferite che la notte rimargina.
Però a volte lo si incontra il Dolore, dietro una curva presa in velocità, o dentro una corsia che odora di etere, o dentro una telefonata fatta di singhiozzi.
E allora gli occhi lacrimano, ma il vento non ne ha colpa. La terra su cui ci accasciamo lacera a sangue le nostre ginocchia. Lo squarcio della nostra anima durerà anni a richiudere le sue labbra, spalancate su questa assenza improvvisa.
Perché il Dolore, quello con la D maiuscola è quasi impossibile da sopportare.
Da soli.
Quasi.
mercoledì, maggio 11, 2005
Sera, vento, sole
E’ come se stessi faticosamente salendo verso la superficie. O precipitando verso il centro di te stesso, mentre una falsa prospettiva, con troppi punti di fuga ti porta a credere di avere l’aria della vetta a portata di mano.
Fatto sta che di strato in strato, passo dopo passo, aggiramento dopo aggiramento, delusione dopo delusione, lotta, gioia e disperata ricerca, ti sembra di essere in grado di affrontare il salto verso l’unica sponda alla quale vorresti attraccare.
Ma l’otre si apre improvviso, per punire la tua superbia di piccolo ulisse, neppure degno di una piccola isola in cui essere esiliato.
Ecco, la tua punizione è solo quella di perdere di colpo la rotta, in questo sbuffo di vento che fa da confine alla quiete dell’approdo a cui aspiravi di attraccare, per un breve attimo di silenzio.
Appena ti sembra di essere vicino a capire il senso, ecco che qualcosa si sposta nel cuore delle cose e il peso del tuo ricordo sfuma all’improvviso nella confusa luce di un presente che ti appare ancora lontano ed insicuro.
E ti chiedi se per caso non ti stai alla fine capovolgendo, in questa tua navicella senza oblò.
O se magari non è semplicemente il caso di aspettare la prossima corrente favorevole, domattina, col sole.
martedì, maggio 10, 2005
Impasto e canto
Gli ingredienti si stanno ancora amalgamando, lentamente, e credo che il piatto stia venendo una meraviglia.
Eh sì, credo di poterlo dire: stavolta sono stato bravo; il dio dei cuochi mi ha dato una mano.
Il fatto è che allora non avevo niente da fare, l’inverno fuori bruciava il cielo col suo gelido fuoco bianco. E così ho iniziato un po’ a pensare se non fosse il caso di provare a soddisfare la mia strana fame; del resto avevo ancora farina in fondo al sacco e magari ne avrei potuto cavare qualcosa di buono.
Insomma è stato un gioco, che poi è diventata una specie di vita.
Non di un altro comunque, proprio la mia.
Ho aggiunto acqua fatta di colori, sale fatto di ironia, lievito fatto di amicizia; e poi olio di sorrisi, zucchero di condivisione, e calore di mani e volti lontani…
Sono mesi ormai che amalgamo, guardando dentro lo strano impasto, a volte assaggiandolo goloso. E’ buono, buono veramente!
Ogni tanto emerge un grumo, allora lo tolgo, semplicemente.
Poi, tranquillo, torno a mescolare.
E canto.
Perché questo piatto sta avvolgendo la mia stanza, la mia casa, la mia vita tutta, col suo odore di buono, col suo profumo.
Non so del resto perché, ma mi sono pure ritrovato con un sacco di farina in eccesso.
Ne avrò ancora di torte da impastare…
domenica, maggio 08, 2005
Cimitero
“La polvere è la pausa dei giorni passati” (Alda Merini)
Ci sono oggetti del nostro passato di cui ci siamo dimenticati per sempre, tanto ci erano indifferenti in vita.
E ci sono oggetti che invece ci accompagnano per un lungo tratto di strada, anche dopo che li abbiamo sepolti nel loro piccolo cimitero.
Perché, ne sono convinto, non c’è nessun motivo perché anche gli oggetti più umili non debbano avere diritto ad una sepoltura dignitosa. E’ solo questione di guardarsi bene attorno; prima o poi li possiamo individuiare questi sacrari del quotidiano, in cui riposano immagini di epidermidi dai sorrisi in bianco e nero, barattoli di biscotti dai nomi infantili, scatole di fiammiferi umidi, biblioteche di fumetti color arcobaleno, vecchi soprammobili di alpacca, cravatte appartenute a padri morti, album colmi di foglie raccolte in torride estati dai molti capelli…
Eccoli questi strani cimiteri sono proprio accanto a noi, tutti i giorni. I suoi ospiti aspettano pazienti che qualcuno dei loro cari si degni di visitarli un momento.
A loro sarebbe già sufficiente.
Basterebbe salire una scala scheggiata, o aprire una porta cigolante, o magari attraversare un cortile assolato ed aprire una vecchia saracinesca dipinta di ruggine…
Loro sono lì che aspettano, pazienti, riposando nel loro silenzio fatto di polvere, accumulata in anni di attesa.
Dormono, di un sonno ristoratore che ne tiene sospesa l’esistenza nell’aria densa di immagini della nostra memoria. In attesa di una mano che ne sfiori la superficie per un istante, sufficiente a far riemergere un’antica luce, di nuovo libera.
Gioielli vestiti di giallo, grigio, bruno. Agghindati con abiti fatti di polvere e disattenzione.
Domani magari li scalerò questi gradini legnosi, girerò la chiave di questa porta arrugginita per scambiare un breve sguardo con questi amici lontani, per chiedere perdono della mia trascuratezza nei loro confronti. Per ritornare alla vita, magari per un paio di minuti.
Ammesso che non riesca ad inventare qualche nuovo pretesto per non spolverare.
venerdì, maggio 06, 2005
Hai presente?
Hai presente una di quelle giornate di Maggio, col sole che deborda nell’azzurro di un cielo solo increspato da piccole nuvole irriverenti?
Hai presente la voglia di un gesto di sfida alla noia, che si impadronisce del tuo timore imborghesito e brizzolato?
Hai presente il desiderio di pace che riempie il viaggio veloce verso le onde di questo lago pennellato di bianco?
Hai presente quel brivido caldo che ti increspa le braccia, mentre ascolti il fruscìo delle giovani foglie sopra la tua testa?
Hai presente lo scorrere lento di quei lunghi istanti assolati, lanciati laggiù verso il Moregallo?
Perché se davvero hai presente quello che significa, non hai che da raggiungermi, proprio qui, su questa verde panchina spruzzata di vento.
Prima che tutto svanisca nel solito, stanco risveglio.
giovedì, maggio 05, 2005
Tre occhi
Forse sono diventato improvvisamente basso di vista.
A volte mi capita addirittura che le cose mi passino sotto il naso senza che io me ne accorga. E questo non è certo un bel segno, almeno per chi non c’è abituato.
Ho sempre creduto di essere un uomo coi piedi ben piantati per terra, uno senza fronzoli, che badava al sodo; invece adesso mi accorgo che le cose mi stanno sfuggendo troppo spesso dalle mani, anzi certi momenti neppure riesco ad afferrarle, mentre mi passano vicino.
Come vorrei tornare a guardarmi attorno con un minimo d’interesse, per osservare le parole che si librano attorno a me, mentre le leggo, a non scivolarci sopra con gli occhi stanchi di chi non fa che osservarsi dentro con timore!
Se solo avessi più tempo, un tempo azzurro, lento e caldo, non un turbine indistinto fatto di secondi soltanto accostati!
Ecco, forse allora non ci sarebbero problemi. Ma è così difficile ritagliare uno spazio adatto per pensare a ciò che si dovrebbe fare…
Ci si ritira un po’, invece, come una lumaca impaurita dalla sua stessa, lenta frenesia.
Si trema di fronte a questa velocità che ci sfianca, si cerca il buio della propria grotta, del proprio guscio, evitando di guardarsi attorno.
E non si capisce che al di fuori di noi, proprio qui attorno, qui davanti anzi, c’è la nostra immagine, la nostra anima che si riflette nello specchio di quelle altrui.
Ehi, vecchio – ci urla - Non ti accorgi più neppure che la potresti veder sorridere, se soltanto mi guardassi mentre ti guardo? Sì, proprio io, la tua immagine incisa nello sguardo che hai di fronte.
Dammi retta, è ora che tu dia una lucidata al tuo terzo occhio!
mercoledì, maggio 04, 2005
Avvertenze
Da un po’ di tempo mi capita di detestare le istruzioni; anzi, proprio non le sopporto più.
A volte mi trovo incerto quale tra due diversi aggeggi prendere, questo rosso fiammante, al laser, con trenta canali tutto compreso, o questo color del cielo, in lega leggera, con l’acqua-stop, il servofreno, l’interfaccia galattica…
Ecco, allora apro le scatole, tutte e due, di nascosto, e prendo i libretti di istruzione. Ne metto uno in una mano ed uno in un altra, chiudo leggermente gli occhi e provo a sentirne il peso; il più leggero vince, o al massimo quello scritto solo in tedesco, o svedese, o con la traduzione italiana fatta da un cinese di Taiwan, con le elle al posto delle erre e tutto il resto.
Perché è più forte di me, ho bisogno d una scusa che mi lasci il modo di scoprirle da solo come vanno le cose nel mondo.
In fondo io li compatisco un po’quelli che scrivono le istruzioni: non fanno una gran vita, né si può dire che abbiano un gran lavoro.
Insomma che senso ha scrivere come si fa ad accendere un frullatore, se chiunque sa che per farlo basta premere il pulsante rosso, senza bisogno di fare un corso di elettronica applicata.
Certo, a volte le cose possono essere anche un po’ più complesse. Però persino un bambino riuscirebbe a montare uno di quei maledetti scaffali svedesi in metà tempo rispetto a quello necessario a decifrare le crittografie a fumetti che ti rifilano al momento dell’acquisto.
E poi io odio sentirmi dire come si fanno le cose. Se ho bisogno chiedo, punto. A mia sorella, al mio miglior amico, magari anche al mio vicino di casa, nel caso in cui si tratti di qualcosa con un motore…
Perché in fondo io capisco che è tutto un trucco per tenerti buono, per farti credere di essere un poveraccio, che non sa neppure farsi da mangiare senza che qualche cavolo di ricettario gli spieghi come si “deve” fare a mischiare il sale con il lievito, o come “bisogna” accendere un forno a microonde o un incubo ad aria condizionata.
Allora ho detto basta! Voglio mangiare carne bruciacchiata accidenti, cotta su un fuoco fatto di rami spezzati raccolti nel bosco dietro casa, acceso con un semplice fiammifero non piezoelettrico, senza nessuna cappa aspirante col filtro ai carboni attivi, tagliata con un coltello molato a mano con la cote, appoggiata su un piatto lavato in un semplice lavandino con la goccia che cade, non in una lava-asciuga-sterilizza-digerisce tutto.
E passare poi il pomeriggio a smaltire boccheggiando, senza leggere al microscopio i foglietti di qualche medicinale che digestimola, purché si seguano attentamente le modalità d’uso.
Perché accidenti, i miei occhi non sono più quelli di una volta. E nemmeno la mia memoria.
Forse è per questo che non riesco più a ricordarmi dove ho appoggiato gli occhiali l’anno scorso, quando ho cercato di far funzionare il puliscidentiera elettronico, quello all’ossigeno attivo….
martedì, maggio 03, 2005
Acqua vuota
Non sento più la fame, e da quanto tempo non bevo non lo so, ma non me ne importa, tanto non ho più sete ormai. Il prurito, ogni tipo di prurito intendo, mi è soltanto un vago ricordo; mentre il solletico mi fa un baffo, proprio a me che al solo pensiero, prima, mi sarei messo a ridere. Se mi ficcassi un chiodo nella mano sono certo che neanche me ne accorgerei, così come se qualcuno mi urlasse con tutto il fiato che ha in corpo in un orecchio neppure mi degnerei di rispondergli. Una volta adoravo il sapore del vino rosso, ed oggi invece non me ne frega assolutamente nulla. Il caldo, il freddo, la notte e il giorno, il respiro affannoso ad alta quota, o la nebbia appiccicosa che ti mangia i polmoni: tutto mi è assolutamente indifferente.
Mi sento come le tre scimmiette, non vedo, non sento, non parlo. O almeno, se anche mi dovesse capitare di farlo, sarebbe una cosa del tutto senza importanza. Il sole e la luna, la notte e il giorno non sono altro che stupide e piccole cose, che scivolano sul piano inclinato della mia indifferenza.
Perché io sono acqua ormai, sono liquido, limpido o sporco che sia, che importanza ha… sono ghiaccio che si scioglie o vapore che condensa. Sono acqua, solo acqua su cui nessuno riuscirà mai a scrivere l’unica parola che ancora avrebbe significato per me. Neppure tu che mi osservi, disteso su questo tavolo di candido marmo, mentre il corpo che un giorno fu mio è fatto a pezzi per cercare una sola ragione al proprio mistero.
Solo ti prego, amico mio diletto che piangi la mia piccola lontananza.
Raccogli una lacrima e accompagnala dolcemente, a fondersi con l’acqua putrida della mia memoria dimenticata.
Acqua, come all’inizio, come domani, come sempre.
Perché nulla si crea e nulla si distrugge.
E la pioggia tornerà a cadere, domani come ieri.
domenica, maggio 01, 2005
Caso strano
Com’è strano, e difficile accettare il Caso.
Com’è triste quando si pensa che in fondo non siamo altro che piccole briciole cadute su una terra spazzata dal vento della cieca Fortuna.
A volte l’illusione della libertà, inebriante come il profumo di una divinità misteriosa e generosa, ci porta a credere nella scelta, nella possibilità di dare da soli il senso alla nostra vita.
Eccoci allora a costruire giorno per giorno una casa per la nostra anima, fatta di ragione, di calcolo, di presunte necessità e di obblighi accettati con convinzione.
L’orologio dell’illusione abbraccia la nostra esistenza, scandendo il ritmo degli anni, dei giorni, degli istanti stessi, dipingendo dei colori del cielo le sbarre di questa prigione che ci racchiude senza mostrarsi, di questa armatura fatta di nulla di cui fingiamo di ignorare l’esistenza.
E che invece è l’unico, implacabile, eterno sovrano del nostro personale universo, il gigante nero da cui tutto il nostro esistere è controllato.
Incontri per Caso, gioie per Caso, amori per Caso, vita per Caso.
Il Caso, il Padrone del nostro nulla, la Regola che non ha regole, il granello di polvere da cui proveniamo e al quale un giorno torneremo, ancora una volta per Caso.
Prima di noi un atto d’amore che nasconde un incontro senza ragione, assieme a noi una corsa che odora di vuoto, dopo di noi una dissolvenza aleatoria, forse, chissà, verso una nuova, improbabile rinascita.
“Tutto svanirà
senza lasciare traccia.
Noi siamo della materia
Di cui son fatti i sogni
E la nostra piccola vita
È circondata da un sonno.”
(W. Shakespeare)
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