| Della vita e della morte |
| giovedì, marzo 31, 2005 ![]() Luce
Ho raccolto la mia anima attorno alla luce di un sorriso.
E mi sono fermato un istante ad osservarle.
Erano entrambe bellissime.
Davvero.
mercoledì, marzo 30, 2005 ![]() Umano, anche troppo.
Ancora una volta un pendolo oscilla stanco tra desiderio ed impossibilità.
Lo so, è strano; ma so che qualcuno riuscirà alla fine a capire come si possa dondolare di fronte alla propria coscienza. E come quando si cade nel ritmo di questa monotona e solenne oscillazione ci si possa sentire orfano dell’equilibrio del proprio giudizio.
E’ lo spirito che lotta contro le sbarre di una comoda vita, troppo uguale a se stessa, mentre l’istinto spinge verso un nuovo orizzonte, sconosciuto e desiderabile.
E’ la paura di non potersi più fidare di quel che hai dietro le spalle, è la nuvola grigia che nasconde il nuovo che si alza, chiamandolo errore o persino delitto.
Avanti e indietro, sì, no, forse…
Ancora un momento.
Finché la carica del cuore non abbia esaurito il suo inevitabile, tentennante, umano ticchettio fatto solo di liquido dubbio.
Allora, per favore: qualcuno mi aiuti innanzitutto a decidere se è meglio una “napoli” o una “pugliese”.
Poi se avanza tempo, parleremo del Bene e del Male, d’Amore e forse anche di Dio.
martedì, marzo 29, 2005 ![]() Buono!
Non sono frequenti certi istanti. Anche perché forse non riusciremmo neppure a sopportarla a lungo questa bellezza, senza travisarla con la noia della consuetudine.
Però ogni tanto succede che la gioia, semplice ed autentica, venga a bussare alla tua porta.
E allora ti sembra quasi di riuscire a toccarlo con mano il vero scopo di questa tua strana vita.
Perché in fondo non è così difficile riuscire a stringere la mano di un amico che ti invita a restare ancora un po’, soltanto col dolce suono della giovane anima che si lascia osservare nascondendosi appena dentro i suoi occhi, così limpidi e sorridenti.
venerdì, marzo 25, 2005 ![]() …ore
A volte basta poco per scatenare una serie di domande strane.
In certi momenti per esempio, ti può capitare che sentire parlare di anima immortale faccia nascere pensieri un tantino astrusi.
Il fatto è che le parole bisogna pur riempirle di qualcosa, affinché abbiano un senso.
Ora, nel caso dell’anima, cosa sarà mai questo qualcosa che ci dovrebbe sopravvivere, una volta che la gran parte di ciò che siamo sarà pronta a liberarci dalla sua ingombrante presenza?
Anima si dice, e si pensa ai ragionamenti del pensiero, ai desideri di una volontà tutta nostra, alle paure, ai peccati e alle virtù del nostro cuore di uomini.
E si pensa allora ad una vita interiore, ad una fede per chi ce l’ha, agli affetti e ai ricordi, a tutto ciò che in fondo ci fa essere ciò che siamo.
Solo che poi ci si accorge che è quasi impossibile pensare che paura, dolore, gioie, felicità e malinconia possano avere senso anche al di là della nostra piccola ora, così lunga per noi, ma in realtà così breve per l’universo.
Allora ecco sorgere il dubbio che quando il tuo corpo non sarà altro che carne invecchiata e il tuo sangue si sarà raggrumato al sole del tempo; quando le lacrime di chi è rimasto saranno soltanto scie leggermente salate sui loro volti un po’ intristiti, e solo la danza della memoria riuscirà a riportarti per qualche istante nel loro cuore; ecco, allora resterà forse soltanto il tuo amore, incontrollabile e misterioso, a poter sopravvivere a te stesso.
Perché non hai mai avuto niente da offrire al di là di esso e questo è in fondo l’unica bagaglio che Dio potrebbe lasciarci portare oltre la tomba.
Già, l’amore.
Solo che a volte è così difficile ignorare la sua strana assonanza con la parola dolore….
Domenica saranno 18 anni che mia madre se n’è andata.
E, purtroppo, il mio amore per il suo amore non è ancora pronto per diventare maggiorenne.
giovedì, marzo 24, 2005 ![]() Soliloquio
E’ diverso parlarsi dentro.
Quando accade c’è sempre qualcosa a precedere le parole.
E’ il pensiero stesso che le crea e che si prepara ad ascoltare se stesso. Si sdoppia, affinché una parte di sé possa ascoltare l’altra che lo chiama.
Le parole allora non fluiscono lente, ma rimbalzano da sé a sé, con solo qualche piccolo accenno, brevi ma prodigiose note che nascono e muoiono all’interno della sfera infinita della nostra anima.
E questa strana eco della mente che ci dà vertigine mentre l’ascoltiamo. Come l’immagine di uno specchio che riflette solo se stesso.
Così, in uno spazio solo a noi noto, per sfuggire alla paura di noi stessi, non ci resta altro da fare che costruirci attorno l’idea un po’ confusa di quella che chiamiamo coscienza.
Nella speranza di riuscire a capire, un giorno, il vero significato di queste parole che parlano solo di se stesse.
mercoledì, marzo 23, 2005 ![]() Thick as a brick
Il fatto è che non me ne importa niente se il giudice James Whittemore, avesse o meno il diritto dalla sua; o se la sua decisione sia stata sofferta o meno. Non credo, del resto, che abbia saltato la cena, la sera prima di emettere il proprio giudizio; per chi decide a pagamento della vita o della morte di un uomo, penso che il concetto di digiuno sia solo sinonimo del termine dieta.
E poi da tempo ho smesso di credere alla favola del Missionario che crea nuove morali, a meno che lo si voglia fare sulla pelle di qualche infelice più o meno colpevole, nel qual caso: avanti, c’è sempre un po’ di posto!
Ne’ mi importa di tutti quelli che hanno lasciato che fosse lo Stato ad assumersi l’onere di decidere ciò che forse costava troppo ai resti di un coraggio sbandierato, per stanchezza, sconforto, o rassegnazione, di fronte alla morbosità del mondo.
Neanche voglio poi pensare alle responsabilità di quelli che per incapacità o negligenza hanno creato le condizioni ideali affinché fiorisse la tragedia.
E neppure mi interessa ascoltare a mani giunte gli anatemi dei vari difensori della vita e della morte Santa, marciatori con i piedi sempre un po’ troppo lontani dai letti dove si soffre veramente.
Perché in fondo io sono soltanto uno stupido idealista un po’ troppo all’antica, col cuore come un mattone ma dalla lacrima facile.
A cui oggi interessano soltanto due occhi che palpitano, al ritmo di una mano che accarezza i capelli di quella piccola testa, leggermente piegata da un lato.
Come a scusarsi, per la presunzione di non aver ancora tolto al mondo un disturbo lungo 15, brevissimi, anni.
martedì, marzo 22, 2005 ![]() Banderuola mattutina
Ore 7,30. Ieri.
Incertezza, delusione, proponimento, automatismo, dilazione, pensiero lontano, soddisfazione, leggero fastidio, affaticamento, lento avvio, rumore, disturbo, caffè amaro, disprezzo, impazienza, giaculatoria interiore, caffè raffreddato, dovere, dubbio, sollievo improvviso, sorriso, risata, sonnolenza svanita.
Attesa calma e rassegnata.
Ore 8,30. Oggi.
lunedì, marzo 21, 2005 ![]() Foto e copia
Il significato delle parole, si dice.
Solo che non so se ci sia un senso. Nell’affermazione intendo.
Certo le parole, quando almeno non sono aria fritta, o vuoti a perdere, ci rimandano ad altro, ad un pensiero per esempio; insomma significano.
Però ogni volta, al di là del loro valore o della loro capacità di “dire”, c’è comunque qualcosa che ostacola la loro capacità di esprimere.
Il fatto è che la parola può rappresentare solo una parte di ciò che significa. E’ solo il frammento di un pensiero in gran parte inespresso, un minuscolo battito di una realtà molto più vasta, che non riusciamo ad articolare compiutamente, fatta di ragione e sentimento, logica e cuore, pieno e vuoto.
Certo, esistono poeti, che dominano le parole e le allargano, le accarezzano, dipingendo in bianco e nero i colori dell’anima e del pensiero.
Ma nessuno, per quanto grande, è mai riuscito a fare fotocopie del significato delle cose.
Almeno fino a quando non sarà svelato il segreto per fotografare ciò che è nascosto sotto la pelle delle parole, con la pienezza di uno scatto che oltrepassi il velo che ricopre, e forse protegge, il vero significato del mondo.
Ammesso, ma a dire il vero non ancora concesso, che tale significato esista, da qualche parte.
venerdì, marzo 18, 2005 ![]() Sdraiato, ascoltando.
Non so se il ricordo possa essere in sé qualcosa di bello. In fondo è solo ricordo, immagine nostra e di nessun altro, che non ha altra realtà che quella che gli possiamo attribuire con la nostra memoria. Senza di essa non ha nemmeno il dono di riempire un istante, figuriamoci quello di reggere un giudizio di valore. Bello, brutto, bene, male vero,falso; tutte creazioni della nostra mente, riferite certo ad una realtà “fuori”, ma filtrata e resa plausibile solo dal nostro desiderio.
Che senso ha allora chiedersi quanto vale un passato sepolto sotto le macerie della nostra confusione, del desiderio di fuga o di ritorno a casa, verso una felicità che forse neppure è mai esistita?
Perché se il bello fosse stato anche per un istante veramente tale, non l’avremmo mai lasciato indietro, sarebbe diventato parte di noi e della nostra carne, del nostro oggi e del nostro qui, seguendoci passo passo fino a domani.
Non dovremmo continuamente aspettarlo, ne’ pronunciare il suo nome rivolgendosi al cielo di questa strana sera vuota di voglia e di parole.
Non dovremmo correre ancora una volta il rischio di stemperarne i mille colori con le lacrime acide della malinconia.
Potremmo invece osservarlo col distacco dell’intimità, sdraiati comodamente ad aspettare che ci giunga il suo suono al di là del tempo.
Vivendo l’unica felicità possibile, quella inconsapevole e perenne del presente, che sfugge allo sguardo di chi la indossa; quella che solo la coscienza nascosta dietro la ragione è in grado di sopportare.
giovedì, marzo 17, 2005 ![]() Il paese è piccolo…
Qui in paese ci si conosce tutti; ognuno sa chi sono il padre, la madre, i fratelli, i figli e gli amici di ciascun altro.
A volte ci si ama, più spesso ci si odia, nella gran parte dei casi semplicemente si finge di ignorarsi, non per cattiveria o malafede, quanto per discrezione o per pigrizia.
Comunque anche se tutti sanno di te e della tua vita, lo sguardo di tutti o di nessuno non fa molta differenza, se l’abitudine ti fa da compagna di viaggio.
E allora ecco che quando nasci tutti ti fanno boccacce aldilà del vetro, e quando ti sposi tutti battono le mani e lanciano riso, sbirciando dietro spalle comunque note; e quando muore tua madre tutti vengono e stringono forte la tua mano stanca, sussurrando banalità di circostanza.
Anche oggi, proprio mentre sei sdraiato tra il profumo dell’incenso e dei garofani freschi e guardi, con un velo di nostalgia dietro gli occhi chiusi, i mille sorrisi dei tuoi anni passati.
Tra loro anche il suono sommesso dei passi a capo chino al cospetto del tuo strano sonno, risuona come un canto che si distende placido, fra centinaia di amici, vestiti come angeli dal viso leggermente triste.
mercoledì, marzo 16, 2005 ![]() Come, dove, perché
Un barcone azzurro stracolmo di stracci e disperazione, povertà e bestiame umano illuminati a giorno per meglio ingannare l’attesa di una cena ricca e salutare.
Una nave colma di “Come?” urlati ad uno spicchio di luna, distrattamente ascoltati da uomini impegnati a chiedersi “Dove?”.
Mentre qualcuno resiste ancora a ripetersi il suo solito, dubbioso e rassicurante “Perché?”.
martedì, marzo 15, 2005 ![]() Pensieri
E’ strano come quando si vive accanto ad una persona si tenda a non pensare quasi mai a lei. Forse è perché ci è sufficiente averla a portata di mano, o sapere che si può, volendo, sentirla, o vederla, o anche semplicemente sentirne il profumo, per essere certi della sua esistenza, ed anche della nostra che ci permette di avvertirla.
Le persone lontane invece, per poterle “sentire”, le dobbiamo pensare , magari con un semplice ricordo, o anche solo immaginarcele, perché non le possiamo vivere direttamente; dobbiamo mediare, aspirare in qualche modo il vuoto che ci separa, per poterle abbracciare, fosse anche col pensiero più vago.
Anzi, più la distanza è grande, più siamo costretti a doverle rincorrere in continuazione, per non rischiare di perderle per sempre.
Forse è per questo che penso così spesso a mio padre, anzi posso assicurare che ci penso proprio tutti i giorni. E’ incredibile, ma quando vivevamo e lavoravamo fianco a fianco, facevamo di tutto per ignorarci, o almeno per schivarci, anche se in realtà ognuno finiva per controllare l’altro, cercando di non dare nell’occhio.
Oggi che invece siamo così lontani, io penso sempre a lui e a tutte le cose non dette fra noi, alle incomprensioni, alla voglia di spazio che si avvertiva nel nostro vivere spalla a spalla.
E vorrei allora riuscire a saltare indietro, per cercare di rammendare un po’ gli strappi e le smagliature che ci siamo lasciati alle spalle.
Solo che pensare non è mai come vedere e toccare, ed amare od odiare a distanza non basta a renderci felici e soddisfatti di noi stessi.
Poco fa però mi è successa una cosa.
Dopo quattro anni l’ho rivisto mio padre, e tutto mi è apparso per un po’ così chiaro e definitivo. Il suo silenzio ed il mio, i suoi occhi sempre severi e tristi, ed anche il suo volto attraversato dai solchi del dolore…non ricordavo quanto fossero profondi.
In realtà non ci siamo detti molto, ma a volte parlare è superfluo, se non dannoso.
E poi era tardi ed io so che lui non ha mai avuto tempo da buttare in chiacchiere.
Ci siamo solo stretti la mano a lungo ed in silenzio.
Del resto anch’io avevo il mio bel da fare.
Però sono rimasto volentieri con lui, fino a quando non l’ho visto volarsene via in tutta fretta verso la cima della collina; senza salutare, come fa sempre quando è immerso nei suoi pensieri.
E’ stato bello ricordarmi tutto così bene, quando mi sono svegliato stamattina
lunedì, marzo 14, 2005 ![]() A risposta domando
E’ faticoso trovare delle regole da seguire nella vita. Perché bisogna sceglierle prima, e questo si può fare a volte solo a prezzo di errori e fraintendimenti, soprattutto nei rapporti con le persone e con se stessi.
Però questa fatica è pur sempre un semplice passatempo, se paragonata a quella che occorre per non derogare mai da queste stesse regole. Perché in un mondo dove tutto è concesso, almeno ad una piccola fetta di uomini, fortunati di non dover badare a come procurarsi il cibo per la giornata, ma di potersi addirittura permettere di filosofeggiare sul Pranzo o sulla Cena, la coerenza morale ha senso solo fino a quando non viene in contrasto con la pigrizia dell’anima e la venalità del cuore.
Eccoci allora pronti, per salvaguardare il nostro soffice giaciglio di decadenza, a capovolgere l’ordine delle priorità e a formulare risposte su cui adattare successivamente le nostre domande.
E a trascurare la ragione e la moralità, siano esse le nostre o quelle di coloro cui preferiamo abbandonare il potere di decidere della nostra vita, pronti come siamo sempre, per non mettere in discussione il castello di carte delle nostre soluzioni predefinite, a trascurare il dovere morale di riconoscere almeno gli errori compiuti.
Spendendo il patrimonio della nostra anima, costruito in anni di studio e di esperienza, nell’inutile tentativo di fare entrare a forza nelle piccole scatole delle nostre risposte predefinite, la massa sfuggente e gelatinosa delle nostre domande senza senso.
O, se si preferisce, a rompere ogni piccolo specchio in cui ci potrebbe capitare di doverci prima o poi confrontare con lo sguardo, un po’ ironico, della nostra coscienza.
sabato, marzo 12, 2005 ![]() Il tempo che ho
Quello troppo breve, ritagliato, colorato, strappato dall’oceano degli istanti che potevano comporre il mosaico del ricordo.
Quello che per fortuna o per caso, per egoismo o per amore, per mano di Dio o per volere del demone dell’istinto non è andato perso nell’opaca dimenticanza.
E’ la memoria della vita, l’unico Tempo che ci potrà mai appartenere.
Aspettando il prossimo venturo, ammesso e non concesso che lo strano elastico dei minuti non raggiunga troppo presto il punto di rottura.
(da un idea di Sdc)
venerdì, marzo 11, 2005 ![]() La foresta (2)
Era ormai buio pesto. Decise pertanto di fermarsi qualche ora per riposare, in attesa che l’alba tornasse ad illuminargli il cammino.
Si era appena assopito, quando all’improvviso una luce, bianca ed abbagliante, che sembrava provenire dai quattro punti cardinali, illuminò a giorno il cielo, tanto da impedirgli di distinguere persino le stelle più brillanti, quelle stesse che fino a pochi momenti prima avevano vegliato il suo corpo esausto ed un cuore ormai colmo di incertezza.
Non si era ancora ripreso del tutto dallo sgomento che questo improvviso bagno di luce aveva fatto sorgere nel suo animo, quando iniziò ad avvertire un rumore che si avvicinava lentamente, aumentando di intensità ad ogni istante. Era come se migliaia di voci si accavallassero, proseguendo a scatti, anzi a strattoni, lanciando urla in una lingua sconosciuta, con accenti di rabbia e guerra, quasi che la foresta si fosse improvvisamente trasformata nel campo di battaglia tra due eserciti, pronti allo scontro finale.
Poi la terra iniziò a tremargli attorno, come se una mandria di giganteschi animali gli si stesse precipitando contro, mentre dei sibili assordanti tagliavano l’aria candida, sopra la sua testa, come lame impazzite.
Improvvisa, come fosse stata creata “ex nihilo” da un demiurgo isterico e capriccioso, una gigantesca sfera bicolore, con la superficie coperta in parte da strane macchie nere ed esagonali, solcò il cielo sopra la sua testa, precipitando con un tonfo sordo a poca distanza, aldilà di un piccolo avvallamento, proprio di fronte a lui.
Un urlo inumano, proveniente dalle colline alla sua sinistra, penetrò come una lancia, anzi come uno sparo nelle sue orecchie, seguito dopo pochi secondi da un lungo, interminabile e lancinante fischio.
Il silenzio, un immenso, incomprensibile, insopportabile e assordante silenzio precipitò dal cielo e si sparpagliò come un’onda di morte sulla foresta tutta.
Poi, una voce di tomba riempì l’universo, con un’unica, terribile ed irrevocabile condanna:
RIGORE !
Purtroppo per la povera lucertola era però troppo tardi ormai. Non avrebbe più potuto seguire la partita in diretta, perché da pochi istanti aveva perso per l’ennesima volta la sua bellissima coda ed il suo vecchio cuore esausto decise improvvisamente di arrendersi al suo assurdo destino.
Il suo ultimo rantolo venne ricoperto dall’ennesimo urlo proveniente dalle colline.
Laggiù, da qualche parte, verso l’orizzonte…
(Fine? Boh!)
giovedì, marzo 10, 2005 ![]() La foresta (1) Da quanto tempo si aggirava senza sosta in questa immensa foresta colma di quegli strani alberi dal tronco verde? Era appena spuntato il sole, così gli sembrava di ricordare, quando si era ritrovato di fronte a quella striscia di terra bianca oltre la quale si intravedeva la sagoma inquietante di quelle stranissime piante. Dopo aver proseguito per alcuni minuti lungo il limitare della foresta, in direzione del sole che si alzava sopra l’orizzonte di alcune colline terrazzate (“viti forse?” Si era chiesto ad un certo punto, senza peraltro trovare conferma alla propria supposizione), aveva preso il coraggio a due mani, dirigendosi senza esitare verso la penombra, che sembrava chiamarlo a sé con voce sospirante. “Sarà il vento” pensò, nel tentativo forse di trovare una qualsiasi spiegazione all’inquietudine che lo stava assalendo. Adesso però, dopo una lunga giornata di cammino in questa giungla, fatta di verde e fango, dopo aver valicato fossati colmi di acqua putrida e scalato strane alture fatte soltanto di terra, si sentiva esausto; oltretutto il sole stava ormai scendendo dietro l’altopiano che si innalzava dalla parte opposta a quella da cui era sorto molte ore prima. Era la notte che avanzava a grandi passi, impedendogli, col buio, persino di proseguire il cammino. Del resto, almeno a se stesso, poteva anche confessarlo ormai: si era perso, e non aveva la minima idea di dove si trovasse. Alcune ore prima, sette o otto forse, in effetti aveva nuovamente incrociato una striscia di terreno candido, come quello che aveva attraversato la mattina presto, che però stavolta si divideva subito in tre direzioni opposte; per un po’ si era incamminato su uno dei sentieri, sperando così di raggiungere il limite della foresta dall’esterno, illudendosi anzi di avere ormai a portata di mano la soluzione al proprio problema. Solo che dopo un ora di cammino aveva incontrato una nuova intersezione, simile alla prima, e poi dopo un’altra ora di cammino un nuovo incrocio, un altro ancora, e poi ancora… Ormai non poteva più avere dubbi, aveva girato in tondo per ore, per ritrovarsi ancora al punto di partenza. Decise così di inoltrarsi nuovamente nel folto della foresta, sperando di riuscire finalmente ad attraversarla da parte a parte. (continua? sì, continua)
mercoledì, marzo 09, 2005 ![]() Foto ricordo Non mi piace la malinconia delle persone; però non è un rimprovero, ma un abbraccio questo. E’ che non riesco a sopportare il fatto che il cuore di coloro cui voglio bene sanguini, ne’ che dai loro occhi stillino lacrime color rugiada, o che i sospiri della loro tristezza sfiorino la mia mano, tesa verso la loro. Il fatto è che se dolore deve essere, vorrei che fosse solo mio, perché se sai di portarti in spalla anche il fardello altrui, il suo peso potrà avere un senso, la fatica ed il tempo dedicatogli non saranno inutili, ma la conquista di un piccolo premio, che la tua stessa coscienza ti regalerà, quando ne avrà raggiunto anche solo la semplice consapevolezza. Perché l’esclusiva della malinconia dell'esistenza è più dolce da digerire, rispetto alla semplice appartenenza ad una stirpe di passeggeri infelici. Ed essere il bersaglio del sorriso di chi ti sta accanto non può essere paragonabile al vivere su un’isola, circondata da un oceano di lacrime e sale. Per cui, adesso tutti insieme…. Fermi così….Clic!
martedì, marzo 08, 2005 ![]() Lucy in the sky La signora Lucia mi vuole molto bene, ed anch’io a lei. Ogni volta che la vedo, lei mi sorride, ed anche se è fatto di soli tre denti, il suo sorriso è bellissimo. Perché non è la quantità quella che conta. E del resto lei mi ha confidato un giorno che la sua dentiera sta meglio nel cassetto del comodino che in bocca.. La signora Lucia vive sola, nonostante i suoi 94 anni e i pochi denti, e nonostante sia sorda come una campana, perché l’Amplifon ha sempre le pile scariche e tiene di solito compagnia al suo sorriso della domenica. La signora Lucia aveva 26 anni e tre figli nel 1937, tre fratelli e una sorella, Rosetta, di 19 anni. Era l’inizio di maggio e Rosetta era triste quel giorno, come da un po’ di tempo le accadeva. A ben guardare, pensava Lucia, è da quando ha partorito che è un po’ strana, ma poi passa, così succede sempre. E del resto lei più che starle sempre vicina, cos’altro poteva fare? Quella mattina, mentre passavano sul sentiero che costeggiava per un breve tratto l’argine del fiume, Rosetta ad un certo punto le aveva detto di aver dimenticato a casa la borsa con il pane per Gianni e Graziano, i loro mariti che le aspettavano in campagna, con il loro pranzo. Si era improvvisamente fermata, dicendole di proseguire da sola, tanto l’avrebbe presto raggiunta. Da quel momento in poi nessuno l’aveva più vista. Dopo ore di ricerche, di urla, di disperazione e di paura, dopo giorni in cui la rassegnazione si era poco a poco fatta largo fra l’incredulità e la rabbia, dopo anni e decenni in cui anche il ricordo degli occhi malinconici della piccola aveva abbandonato le notti di Lucia e il perdono per se stessa era riuscito a ricoprire in qualche modo il suo antico rimorso, da qualche giorno anche Lucia era improvvisamente cambiata. Usciva solo per pochi minuti, la mattina presto, nonostante il freddo pungente di questo inverno anomalo; le poche persone che incontrava ne parlavano come di una persona diversa rispetto a quella che avevano sempre conosciuto. Sguardo fisso a terra, ignorava tutti, facendosi scudo della propria sordità, e mormorando tra sé parole confuse che nessuno riusciva a capire. Uno dei figli racconta adesso di essersi sentito chiedere più volte ultimamente di accompagnarla a casa, la vecchia casa vicino al fiume, perché Rosetta non era venuta a trovarla da qualche giorno e forse aveva bisogno di lei per il bambino… Questa mattina la vicina di casa uscendo, ha trovato la porta della signora Lucia solo accostata e si è spaventata, pensando subito a un ladro…da quando sono arrivati gli zingari a S.Salvatore, non si è mai troppo prudenti, pensava mentre telefonava al figlio. Entrando, l’hanno vista subito, nonostante la penombra; aveva girato la sua poltrona, quella in cui si appisolava spesso negli ultimi giorni, nonostante la televisione che urlava a squarciagola. L’aveva rivolta in direzione della porta di casa, come se stesse aspettando qualcuno. E nonostante gli occhi chiusi aveva sul volto, improvvisamente ripulito dalle rughe del tempo, un meraviglioso sorriso a trentadue denti, mentre uno strano ronzio aleggiava nel silenzio della piccola casa, quasi come acqua che scorresse lenta verso sud.
lunedì, marzo 07, 2005 ![]() Sposi Allora è ufficiale: mia sorella si sposa. “E a noi?” direte voi…. Beh, non vi dovete mica vergognare di questo. Io, fossi al vostro posto, sarebbe la prima cosa che penserei. Solo che io non ce la faccio mica a digerirla questa cosa. Perché ho già capito che tutti i buoni propositi si stanno sciogliendo assieme al ghiaccio di questo inverno tardivo. Già tardivo, come questa specie di lento salasso che mi aspetta da qui a dicembre. Per esempio: oggi alle 13 e 12 siamo ufficialmente partiti con la prima bozza della lista degli invitati; alle 13 e 48 eravamo a quota 58; e questo solo da parte nostra, e pure esclusi gli amici! E poi c’è la storia del fratello che deve accompagnare la sposa. Non so se qualcuno di voi l’ha mai fatta un’esperienza del genere… Insomma, l’unica volta che a me è capitato è stato come un incubo ad occhi aperti. La cravatta, il barbiere, il brusio dei parenti, le sghignazzate degli amici, il sindaco soporifero, la penna finita sotto il tavolo. Il tutto per poi vederli separarsi a distanza di 8 anni, con il problema di un figlio che a furia di essere tirato da una parte all’altra sta diventando una specie di killer in miniatura. E poi, diciamoci la verità: questo formalizzare le cose ad ogni costo mi fa sentire, non so perché, assolutamente fuori posto. Per farla breve, ho assolutamente bisogno di una scusa, una qualunque. Per defilarmi, nascondermi, isolarmi, sparire magari, sicuramente stare in ultima fila, dietro una colonna, vicino all’acquasantiera. Però senza ferire nessuno, o almeno non lei, perché non se lo merita un fratello che fa le bizze. E non so dove sbattere la testa per questo. Uffa.
domenica, marzo 06, 2005 ![]() A volte tornano Quattro amici un po’ stempiati, ognuno col suo calice di Syrah mezzo vuoto davanti, come barbera di anni lontani. Fuori nevica e fa freddo, il locale è colmo di un brusio indistinto, fatto di uomini profumati e donne in collana di perle. Tra loro e i ricordi, un lungo tavolo fatto di mogli noiose e figli dalla faccia triste. E’ un attimo veloce, ma tutti insieme tacciono mentre ascoltano un suono familiare che bussa alle loro orecchie un po’ assonnate; è il canto delle risate accumulate da tempo che esplodono improvvise, in una cascata di denti e visi arrossati, mentre un tizio vestito da cameriere si allontana, risentito, deriso da due braccia di mezz’età, incrociate nella posizione dell’ombrello. Fuori nevica e fa freddo, ma a questo capo del tavolo è il giugno del ’79, e il calice di Barbera è ancora mezzo pieno.
venerdì, marzo 04, 2005 ![]() Fiocco Dietro la grande vetrina, spalancata su un angolo di cielo striato dalle grigie braccia di alberi accoglienti e spogli, miliardi di piccole candide cellule di cristallo cadono lente sfiorandosi, colmando l’ immobile sguardo che contempla il loro avvolgente turbinio. Per lunghi istanti sospesi nessuna lotta, nessun urto, nessun odio. Ne’ urla, o incomprensioni frammiste a disagio. Solo un fluire morbido e silenzioso verso un inevitabile, armoniosa e lucente comunione con la terra.
giovedì, marzo 03, 2005 ![]() Mangio, quindi sono Si dice che uno sia in un certo senso quello che mangia. E la cosa oggi mi preoccupa un po’, vista la giornata di ieri. Ore 8.00 – Colazione Caffelatte gelido con biscotti raffermi, addolcito dalla lettura di una lettera della Commissione Tributaria Provinciale in cui si respinge il ricorso bla bla bla….con maggiorazione dell’Imposta di Successione bla bla bla. Acidità di stomaco. Ore 10.30 – Pausa caffè Caffè annacquato al gusto di Svelto concentrato, poco zucchero e feroce discussione con cliente occasionale che voleva sbolognare un biglietto da 50 euro falso, affermando essere, lo stesso, assolutamente buono. Cucchiaio di Maalox. Ore 13.00 – Pranzo 1° piatto: porzione abbondante di pizzoccheri scaduti, leggermente insipidi, conditi con breve ma intenso litigio con sorella 1 a proposito di sorella 2. 2° piatto: bistecca a suola di scarpa n° 43 con contorno di carote gommose saltate in padella. Frutta: Piccola pera Kaiser al sapore di torsolo di verza. Dolce: niente. Caffè: niente. Cucchiaio di Maalox Ore 17.00 – Merenda Panino con salame verderame. Briciole su tastiera portatile. Ore 20.00 – Cena Scatola di tonno Rio Mare g.160 in poltiglia oleosa semi-ghiacciata, accompagnata da grissini raffermi rinvenuti in una borsa di plastica usata, insieme ad uno scontrino emesso in data 5 dicembre 2004 in località Morbegno (SO). Gelato tipo biscotto, ricoperto quasi totalmente di brina, leggermente molliccio. Cucchiaio di Maalox, con telefonata di tale Maria Chiara dell’INA Assitalia, che propone con insistenza di sottoscrivere una polizza integrativa dal rendimento a due cifre, appiccicosa come un tubetto maxi di Bostik. Come digestivo caraffa di coca-cola a temperatura ambiente. Ore 22.45 – Prima di dormire Bicchierone di camomilla con troppo zucchero. 5 gocce di Minias. Si dice che uno sia quello che inghiotte. Vabbè, non è stata effettivamente una gran giornata; più che altro il disordine alimentare non ha fatto nulla per nascondersi. Per fortuna domani si va fuori a pranzo.
mercoledì, marzo 02, 2005 ![]() Su e giù Passaggi mentali accompagnano i giorni con attese di cambiamento. Modifiche continue di complessità interiore, in ricordi addolciti dal tempo o annebbiati dalla consuetudine. E’ un gioco di sottili equilibri, tra il prima e il dopo, tra te e gli altri, tra gioia e dolore, dovere e libertà, coraggio e paura, schiaffi e carezze. E’ il lento flusso di una vita che ci accompagna, in questo difficile transito fatto di irripetibili ricordi e speranze non ancora smarrite. E’ tutto qui ciò per cui vale ancora e sempre la pena. Ma non è mica poco. martedì, marzo 01, 2005 ![]() Gioioso Per un uomo triste, l’infelicità ha un ritmo lento e tempi lunghi. Arriva piano un giorno e lo accompagna per un lungo tratto di strada, sussurrandogli parole grevi e prosciugandogli il cuore con pensieri rallentati, che non si possono condividere se non con la coscienza stessa della propria solitudine. E’ una compagna tenace, color del cielo d’autunno, così difficile da guardare negli occhi senza il velo di una lacrima. Poi lentamente la sua presenza inesorabile sfuma nell’indifferenza, nell’abitudine, o in un improvviso raggio di sole. La gioia invece procede a scatti, perché non ha molto tempo per noi ed in pochi attimi, minuti forse, deve consumare la sua carica di vita. Non ha bisogno di appigli, perché si avvolge attorno al cuore come un morbido guanto di velluto, caldo ed elegante, trasformando la noia e la banalità in parole e sorrisi color di un cielo estivo ricolmo di vento. Poi improvvisa ci abbandona, prima che ci si possa saturare della sua ebbrezza divina. Ma il suo dono più grande è quello che rimane dopo la sua partenza, con la sua orma abbandonata nella sabbia della nostra anima, il ricordo di quell’ attimo di armonia con noi stessi che è l’essenza stessa della felicità. Perché per un uomo triste la vita non è in fondo altro che un’attesa incolore di qualche breve istante di gioia, la cui memoria è il cibo stesso della sua vita di noia, inframmezzata da lunghe pause di incomprensibile ed aspra malinconia,
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