| Della vita e della morte |
| domenica, febbraio 27, 2005 ![]() Esperienze L’esperienza è una strana cosa. Perché per quanto breve possa essere è sempre possibile stabilirne l’inizio, ma è comunque impossibile trovarne la fine. Certo, la si potrà ignorare, addirittura andarle contro per partito preso, o fingere, con se stessi o con gli altri, che certe cose non siano mai accadute, che certi affetti non siano svaniti nell’abitudine, o che il dolore ci sia semplicemente scivolato addosso senza scalfire con la sua acida morsa il sottile velo della nostra finta sicurezza. Ma una cosa non si potrà comunque fare, e cioè far finta che l’esperienza cessi di esistere in quanto tale. Certo, i rapporti si chiudono, gli affetti svaniscono, asciugati dagli anni, i dolori ci scorticano l’anima, ma le ferite non si possono mai chiudere del tutto, le loro cicatrici restano sempre a testimoniare oggi il ricordo di ieri. E questo rimanere, questa indistruttibile ombra che ci accompagna cos’è se non l’essenza stessa dell ‘esperienza? La vita in fondo non è che un accumulo di migliaia di piccole e grandi esperienze, accatastate confusamente una sull’altra, ognuna con il suo inizio, nessuna con una vera fine. E in fondo è proprio questo che ci permette di farci una ragione degli errori che si ripetono, delle delusioni che ancora ci trafiggono il cuore, delle illusioni annegate nel disincanto. Perché nel caso di questa selva fatta di esperienze tanto diverse, solo quella della fine di tutto potrebbe con sicurezza fare da discriminante, permettendoci di scegliere, una volta tanto, quello per cui può valere la pena vivere, e ciò che invece è solo vanagloria ed impalpabile finzione. Ma ogni cosa ha il suo tempo, o meglio il proprio inizio e, almeno per il caso estremo, la propria fine. Solo che di questo strano tipo di esperienza siamo per il momento ancora certi di poterne fare a meno. Meglio navigare a vista ancora per un po’, perché in fondo è solo foschia quella che ci avvolge, anche se un po’ troppo appiccicosa.
venerdì, febbraio 25, 2005 ![]() Promesse Qual è il momento in cui le promesse di ieri si trasformano improvvisamente nei tradimenti di domani? Chissà, forse è proprio oggi che tutto accade, o forse più semplicemente promettere non è altro che un modo diverso di tradire, nascondendo il vero volto del futuro con una maschera fatta di fiducia infantile.
giovedì, febbraio 24, 2005 ![]() Corpo a corpo Oggi sono riuscito a parlare al mio corpo. E oltretutto mi è sembrato di sentire che rispondeva. Perché a volte è molto più facile parlare alla propria anima che alle proprie braccia o alle proprie gambe. Il suo linguaggio è fatto di sentimento, di gioia, di dolore, di memoria soprattutto. E nel corso degli anni si arricchisce, si impreziosisce, diventando a volte poesia della vita. Il corpo invece è subdolo, ed infedele; ogni giorno è diverso da se stesso e la sua lingua muta col passare delle stagioni. E’ egoista, se ne frega di te e del tuo bisogno, del tuo affetto e della tua dignità. L’unica cosa che gli importa veramente è di fuggire dal proprio dolore, abbandonandolo dove capita, fosse anche nel cuore stesso che gli permette di sopravvivere. Non ha morale, niente è giusto o sbagliato per lui. La sua lingua è soltanto quella dell’attimo, simile a volte, a volte invece assolutamente diversa da quella del proprio domani. Oggi però sono riuscito a chiedergli di fare qualcosa per me e di farmi dono di qualche istante di leggerezza. Ho alzato le braccia al cielo e giuro, per qualche secondo mi è sembrato di librami nel vento. O almeno credo che se avessi voluto l’avrei potuto fare. Poi lui si è riaddormentato, salutandomi in una lingua di nuovo incomprensibile, proprio mentre il rumore del giorno mi avvisava che era giunta l’ora di rientrare.
mercoledì, febbraio 23, 2005 ![]() Abbasso La vita non è che una specie di scuola in cui un essere nato felice impara giorno dopo giorno a riconoscere l’amaro sapore dell’infelicità. Fino al giorno in cui con l’animo affranto e gli occhi colmi di lacrime sarà finalmente pronto ad abbandonare gli studi a causa della sua manifesta impossibilità a vincere la noia di questa nuova abitudine.. E’ per questo credo che mi sono così spesso impegnato a fondo per strappare ad ogni costo alla mia maestra un bel 7 in condotta. martedì, febbraio 22, 2005
Cose per cui … Mi piace partecipare a questo gioco così delicato. E’ partito da qui, ma credo possa portare lontano. Nonostante le tristi menti. E allora: I Pink Floyd, Il blues, Il Peer Gynt di Grieg, Nietzsche, Dostojewskij, Caravaggio, Monet, Tex Willer, Ungaretti, Silvana Mangano, Mike D’Antoni, Paris Texas, la foto di mia madre nel portafogli, un papavero mosso dal vento, Marta, Anna, Alba, Giarina, Ecatina, Metallina (;-P) e tutti voi che accettate il mio volervi bene. lunedì, febbraio 21, 2005 ![]() Perla Erano ormai passati molti anni dall’ultima volta, e lui stentava a ricordare quanto fosse stato tremendo. Il fatto è che oggi quell’uomo vestito in modo così strano si era appena avvicinato con passo leggero, sfiorando appena il tappeto di foglie secche ai suoi piedi, quasi senza fare nessun rumore. Lo aveva osservato in silenzio per alcuni minuti, girandogli attorno parecchie volte, guardando con interesse le sue lunghe braccia spoglie e distese, le sue lunghe dita rattrappite dal gelo di questo inverno interminabile, la pelle un po’ rugosa del suo busto un po’ troppo incurvato dallo scorrere del tempo. In realtà lui fingeva di dormire , mentre osservava di soppiatto l’estraneo, con un sentimento misto di angoscia e terrore, perché mano a mano che questi si avvicinava il ricordo ed il presentimento di quanto stava per accadere nuovamente al suo corpo intorpidito, riempiva le sue vene di una liquida sofferenza, che partendo dalla terra umida saliva lentamente fino a raggiungere le parti più periferiche del suo immenso corpo. Improvvisamente, l’uomo iniziò, con un assordante rumore che sembrava provenire dal suo strano braccio ricoperto di una lunga fila di denti digrignanti, ad arrampicarsi appoggiandosi al corpo immobile del gigante. Nell’istante stesso in cui il primo pezzo veniva reciso con un taglio netto e precipitava verso il basso con un tetro fruscio di morte, l’immagine di se stesso completamente privo delle sue mani slanciate e delle braccia nodose cui queste erano attaccate, immagine che risaliva ad un tempo che aveva creduto sepolto sotto il peso degli anni, riemerse prepotente dall’abisso, proprio mentre dal moncone, appena creato dallo sconosciuto demiurgo e dalla sua spada distruttrice, iniziava a sgorgare un piccolo rigagnolo biancastro color latte, che prese a lacrimare copiosamente, correndo a precipizio verso la bruna coperta di foglie umide stesa laggiù in basso.. Perché il vecchio platano ammalato d’insonnia aveva imparato da tempo ad alleviare il proprio muto dolore con queste calde lacrime color perla. domenica, febbraio 20, 2005 ![]() Neve Neve sulla tua inaudita stanchezza, neve sulla terra incrostata di veleno, neve sui tetti ingrigiti da mesi di sporcizia, neve sul rumore assordante di un’esistenza sbagliata, neve sul cuore indurito dalla stupidità umana, neve sull’amore impossibile per una vita ormai troppo lontana, neve sulla paura del dopo, neve sul ricordo doloroso del vuoto di ieri. Neve a coprire di un ultimo freddo mantello il tiepido sussurro di un nuovo, meraviglioso, inaspettato soffio di rinascita. Annuncio di primavera.
giovedì, febbraio 17, 2005
Riflessione Solo per qualche giorno, promesso! Voi comunque fate come se tutto fosse normale. mercoledì, febbraio 16, 2005 ![]() Gratis “Il mondo migliore sarà quello in cui tutti possano permettersi il lusso, oggi così riservato, di morire per niente. Tanto per morire.” (A. Sofri) martedì, febbraio 15, 2005 ![]() Lacrime Quando ti accorgi che le lacrime stanno per arrivare, la prima cosa a cui pensi è quella di nasconderti, perché un uomo non piange se non quando muore suo padre. Quando ti accorgi che le lacrime stanno per arrivare, la seconda cosa a cui pensi è a chi potresti dare la colpa del tuo dolore, perché un uomo non vuole riconoscere di esserne lui stesso il responsabile.. Quando ti accorgi che le lacrime stanno per arrivare, la terza cosa a cui pensi è a quanto tempo dovrai aspettare perché qualcuno si accorga del tuo dolore, perché un uomo non chiede aiuto ma potrebbe chiudere un occhio se qualcuno glielo volesse regalare. Quando ti accorgi che le lacrime stanno per arrivare, la quarta cosa a cui pensi è il volto pallido e sconsolato di quel vecchio che ti ha guardato senza vederti stamattina, in attesa che la porta si aprisse anche per lui. Quando ti accorgi che le lacrime stanno per arrivare, la quinta cosa a cui pensi è la delusione che provi ora che capisci che la loro sorgente non si era affatto asciugata da anni. Quando ti accorgi che le lacrime stanno per arrivare, c’è finalmente un’ultima cosa a cui pensi: che l’onda è ormai arrivata e che finalmente sei libero di lasciarle lo spazio che le spetta.
domenica, febbraio 13, 2005 ![]() Obliterare Non credo si possa scegliere di dimenticare, e tanto meno decidere di farlo. Si può decidere di ricordare: un amore, un sorriso, un dolore anche, per portarselo con sé e guardarlo, con affetto o con disprezzo, sempre comunque con il pensiero di averlo posseduto un giorno, o con la speranza o il terrore di ritrovarlo domani. Dimenticare invece non è per noi, non dipende dalla volontà, dalla libertà, o da un obbligo morale magari. No, dimenticare il dolore è una cosa che accade, semplicemente. A volte facilmente, a volte con difficoltà; addirittura ci sono cose che ci dobbiamo portare appresso per tutta la vita, come la condanna ad un delitto di cui siamo stati purtroppo soltanto le vittime. Ma scegliere di scordare il male e il dolore è solo prerogativa di Dio, o comunque di chi possa starsene tranquillo al di là del bene e del male. Chi nel male ci vive, anche solo per un istante, può solamente convivere col suo ricordo e sopportarlo, in silenzio o urlando, facendone tesoro o ricadendoci in continuazione. Sempre e soltanto come se viaggiasse accanto ad uno scomodo compagno di scompartimento, in questo convoglio sbuffante, coi sedili troppo duri e che odorano di vecchio, in attesa che qualcuno arrivi a obliterargli il biglietto. Già, obliterare. Che suona proprio come dimenticare, chissà se solo per caso…. Poi magari un giorno, dopo esserci appisolati un attimo sotto l’ennesima galleria, apriremo gli occhi e ci troveremo stranamente soli. Noi e quella strana sensazione di aver lasciato qualcosa in albergo; fosse anche un semplice biglietto usato. (grazie a Lei)
sabato, febbraio 12, 2005 ![]() Vivere Credo che un sorriso ogni tanto non possa che dare più importanza all’intera nostra vita. E anche alla nostra, per fortuna soltanto ipotetica, morte. (Grazie a Claudio Caprara, via Wittgenstein)
venerdì, febbraio 11, 2005 ![]() Immagine In fondo cosa c’è di così difficile? Non è una gran fatica portarsi dietro la propria immagine. Basta solo un po’ di silenzio, per non far sentire il rumore dei passi di questa specie di ombra che ci accompagna nel nostro cammino di ogni giorno. Anzi in realtà siamo noi che la accompagniamo; siamo noi che ci nascondiamo dietro di lei non appena qualcuno ci avvicina. Perché Lei è più forte di noi, riesce a reggere quel loro sguardo, curioso e malizioso, che scruta i nostri occhi nella speranza di carpire il segreto, nascosto nella nostra anima. Eh già, l’abbiamo addestrata proprio bene la nostra immagine, abbiamo impiegato anni a costruirla, a modellarla seguendo lo schema che da sempre era inciso nella nostra mente. La nostra paura di sbagliare ci ha sempre impedito di afferrarlo direttamente questo modello. Ed allora meglio cercare di acchiapparla in altro modo questa chimera che sfuggiva continuamente, meglio bloccarla, incatenarla magari al nostro simulacro. Piuttosto che accettare la sconfitta totale, meglio una vittoria parziale. Invece che ciò che eravamo, meglio mostrare al mondo l’immagine che il mondo si aspettava da noi. Invece dell’arido cuore di un essere debole, alla continua ricerca di un rifugio in cui poter piangere in pace sulle proprie miserie presunte, abbiamo preferito mandare in avanscoperta questo strano personaggio fatto di parole e di cuore, di coraggio e di pietà, di malinconia e di desiderio di affetto. Ed oggi improvvisamente, di fronte all’ombra che il gelido e nebbioso sole al tramonto proietta sul muro davanti al tuo sguardo, nell’attesa del prossimo buio, il dubbio su chi sia ormai a governare la tua vita di oggi, se il regista o l’attore, la realtà o la sua immagine un po’ distorta e la stanchezza che il dover vivere diviso in due per così lungo tempo ti ha fatto accumulare, lanciano a volte la speranza di avere dagli altri la risposta che così a lungo avevi cercato di dare loro. In un certo senso è vero: siamo solo il frutto dell’immaginazione. La nostra o quella degli altri, giunti a questo punto, è solo un falso problema. giovedì, febbraio 10, 2005 ![]() Virgola A volte anche una piccola sfumatura può essere segno di una enorme differenza. Perché tra Dio e dio è chiaro a chiunque quale sia la distanza, con tutta la tolleranza ed il rispetto per i miti greci. E così tra Amico e amico, tra Fratello e fratello, tra Amore e amore. Ma forse la spiegazione è solo ed esclusivamente un fatto di punteggiatura. Perché per poter dire Amore è indispensabile almeno un bel punto prima, o magari un punto di domanda per non essere invadenti. Quel che è certo è che non ci si può comunque accontentare di una misera virgola. (A proposito di allontanamenti) lunedì, febbraio 07, 2005 ![]() Oggi chiuso per tosse. Ma torno subito!
sabato, febbraio 05, 2005 ![]() Tiro libero A volte è assolutamente indispensabile fare attenzione a dove tira il vento, proprio per mettersi nella condizione di non farsi trasportare da esso dove non si vorrebbe andare. Sempre che si voglia utilizzare al meglio il proprio tempo, naturalmente. Ed evitare di buttare parole inutili dove capita.
venerdì, febbraio 04, 2005 ![]() Finzione C’è chi finge allegria o rassegnazione, amore, miseria, dolore e fastidio. Chi fa mostra di capire o di non vedere, di ascoltare, di aiutare, di aver paura e di essere pentito. C’è finzione nell’ indifferenza, nella bontà d’animo, nell’ odio e nella rassegnazione, nell’onestà e nella rettitudine, e forse in quel po’ di dignità che ci rimane. Far finta di esistere, di vivere pienamente o magari anche solo di sopravvivere. E’ la condanna di questo interminabile Carnevale. giovedì, febbraio 03, 2005 ![]() Combinazioni Ho preso un foglio bianco, l’ho diviso a metà, dall’alto in basso con una penna nera; poi ho iniziato a scrivere. Da un lato ho messo tutte le cose che avrei voluto, dall’altro tutte quelle da cui sarei stato volentieri lontano. A sinistra ci ho messo un po’ di sole tiepido, un piccolo cane nero, una casa nel bosco, la raccolta completa di Tex, una bambina dagli occhi azzurri (figlia mia possibilmente), l’ultimo sorriso di mia madre. A destra un cuore pieno di nebbia, un semaforo rosso, quelli che rubano gli ombrelli, i master in psicologia del conflitto, l’ipocrisia a 360°. Alla fine ho preso un vecchio paio di forbici dal cassetto, ho diviso i due mondi con un taglio netto e li ho appoggiati ognuno su una mano. E’ così che mi sono accorto con sgomento che entrambi avevano lo stesso peso; non solo, ma anche che per quanto spostassi le cose da destra a sinistra e viceversa, l’equilibrio rimaneva intatto. E allora eccola la verità che si deve in fondo riconoscere: nel mondo dell’apparenza il peso delle parole non è che una semplice illusione riempita di nulla. Perché 1000 lettere, comunque le combini, pesano sempre come 1000 lettere. mercoledì, febbraio 02, 2005 Vicini e lontani M. e L. erano sposati da sedici anni quasi. Io c’ero quel giorno, anzi, a dire il vero, ero proprio in prima fila. E me lo ricordo il modo in cui lui la guardava scendere dall’auto quella mattina, fuori dal municipio. Avrebbe potuto sciogliersi ai suoi piedi, come una specie di uomo liquido, se fosse stato necessario, o anche se solo lei glielo avesse chiesto, magari come regalo di nozze. Perché lui ci aveva sempre messo tutto il suo impegno, per conquistarle il cuore. Aveva pianto, umiliandosi di fronte al mondo per vincere il suo disgusto. Aveva imprecato, bestemmiato, preso a pugni muri a buccia d’arancia per vedere di che colore fosse il sangue di un uomo innamorato. Ed era rosso accidenti, un rosso abbagliante ve lo assicuro, perché anche allora io c’ero, anzi gliele ho avvolte io le nocche aperte in quel pezzo di stoffa candido. Poi il loro insieme ha iniziato a diventare accanto, così per abitudine forse, o per inquietudine, o per indifferenza o superficialità …. E l’accanto si è poi cambiato in vicino, ed il vicino è diventato presso; ed il presso era ormai dalle parti di e stava per diventare insomma, che a sua volta sarebbe stato poi lontano… Non so come sia accaduto, se per stanchezza, risentimento o vero odio. Fatto sta che prima di uscire di casa ieri mattina L. ha lasciato due righe, vicino al telefono. C’era una breve frase sopra: “Mi dispiace, ma il biglietto che devo pagare ogni giorno per superare la distanza che ormai ci separa non ce lo possiamo più permettere!” Io c’ero quando M. l’ha trovato rientrando quella sera. E l’ho sentito chiaro il sussurro del mio terribile “era ora!”
martedì, febbraio 01, 2005
In cerchio Una volta ho sognato di essere nero e di vivere su una piccola isola in mezzo all’oceano. La mattina andavo sempre in riva al mare, di buon ora, e camminavo a lungo avanti e indietro, trascinando i piedi nella sabbia, rosata e calda, mentre il canto dell’acqua accarezzava le mie orecchie e cullava il mio cuore con una felicità ogni volta inconsueta. Il sole era alto. il cielo limpido e luminoso ed il calore dell’aria portato dal vento avvolgeva il mio corpo, mentre giacevo ai piedi di una grande pianta curvata verso la riva, e mi cullava con le parole di una vecchia canzone venuta un giorno, chissà come, di là dal mare. Ad un certo punto mentre dormivo con la braccia abbandonate lungo il fianchi, con l’abbozzo di un sorriso sulle labbra, ho sentito di sognare… Sognavo di essere un piccolo uomo bianco che viveva in una grande e gelida pianura, colma di gente frettolosa, tra rumori e fumo. E che la sera, mentre si addormentava sognando di vivere in un paese lontano, si abbandonava al morbido dondolio di una canzone antica, canticchiando sereno tra sé e sé tre piccole parole: “Let it be, let it be…”
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