| Della vita e della morte |
| giovedì, dicembre 30, 2004
Più o meno Ogni più piccolo sentimento non è altro che un’Espressione. Sì, proprio una di quelle strane ed affascinanti strisce di simboli, numeri, segni a volte semplici, a volte estremamente complessi, che, a chi riesce a penetrarne il linguaggio oscuro, a volte mostrano improvvisamente il senso del loro stesso Insieme, come un inizio ed una fine scolpiti nella roccia della verità. Perché cosa è la vita se non una Somma di esperienze, una Moltiplicazione di problemi da risolvere, o una Sottrazione di affetti ad opera del destino, la Divisione del mondo in buoni e cattivi, con Parentesi di gioia, racchiuse da Parentesi di noia, a loro volta chiuse in Parentesi di dolore che tutto contengono. E poi Disuguaglianze, Limiti più o meno definiti, disillusioni Integrali, Radici ricercate a lungo e mai ritrovate, difficoltà Esponenziali e Frazioni di felicità, volontà di Potenza in pillole, Sistemi prevaricanti e Matrici nascoste da sorrisi, Incognite dietro l’angolo e Soluzioni a portata di mano. Però, per fortuna, eccolo qui lo sguardo a lungo ricercato, l’abbraccio che tutto racchiude, la lingua della verità e dell’esattezza. Racchiusa in questo unico e grande affetto che tutto comprende, che in una Frazione di secondo mostra con Infinita chiarezza l’inizio e la fine di tutto, con la semplice e definitiva luce dell’Uguaglianza.
Perché in fondo, al di là di ogni ragionevole dubbio, io sono pur sempre Uguale te, fratello.
mercoledì, dicembre 29, 2004
Lupus Ieri ho letto questo bellissimo post di Albamarina, e mi sono detto: accidenti come è tremendamente vero tutto ciò! Solo che se ci penso bene, mi viene poi da pensare che non sono io ad oppormi al mio dovere, a voler fuggire dall’obbligo che mi riempie la vita con la sua grigia faccia da predicatore. E’ lui, questo corpo estraneo mascherato da compagno di viaggio, questo fucile caricato a rimorsi e con la bocca rivolta proprio in mezzo al mio petto; è proprio lui, l’orco mangiatore di anime pure, il dovere, quello che si oppone a me. Perché in fondo, hai voglia a ricercare una giustificazione a questa assurda tarpatura di ali che ti costringe a razzolare alla ricerca di una briciola che soddisfi la tua fame di libertà! Hai voglia a desiderare di tornare finalmente a sorvolare questa tetra foresta fatta di miserie dell’anima e di amore represso, di lunghe ore di tristezza intervallate da brevi ed intensi lampi di gioia luminescente! Alla fine rimbalzi contro la gomma del tuo stesso carcere. E allora perché non convincersi semplicemente che non sarai mai tu il creatore della tua morale, né potrai mai sceglierti da solo l’obbligo cui affidare le tue giornate, o liberare il tuo cuore dall’angoscia dell’inutilità delle tue azioni? E del resto, che male ci può essere nel condurre una vita piatta, facendo la semplice caricatura di se stessi, come se non fossimo altro che abbozzi confusi di un destino che vuole riservare solo a se stesso il privilegio di mischiare i colori a proprio piacimento? Perché in fondo, se il sonno della ragione genera mostri, magari quello della volontà potrebbe anche generare un pupazzo divertente…. martedì, dicembre 28, 2004
Numeri “Il peggio, nel peggio, è l’attesa del peggio.” (D. Pennac) 1000, 5000, 10000, ….30000,…..50000,…… Aspettando attoniti la fine di un incubo fatto di fango, di disperazione, di paure future. Chiudendo gli occhi di fronte ai numeri di questa liquida morte. lunedì, dicembre 27, 2004
In poltrona
Ancora un’altra volta, l’ennesima. Un’altra domanda senza una risposta plausibile, o possibile. E del resto anche la domanda è ormai oziosa, per l’anima stanca di risposte preconfezionate. Ma la voglia di giustizia che parla per bocca nostra, la voglia di premiare il bene col bene ed il male col male, l’egoismo della simmetria di una morale che nessuno ha inventato o etichettato per noi. E allora 50.000 morti lontani e senza senso non valgono almeno quanto la noia scontata di una giornata di molle e caldo far niente? Ed il pianto senza lacrime di un popolo dagli occhi asciugati da un’assurda tragedia, non vale almeno quanto il fastidioso irrompere nei nostri tiepidi salotti illuminati dell’urlo assordante di questa assurda natura?
domenica, dicembre 26, 2004
La va a poche ore La tua bocca attaccata alla gelida aria ripiena di pioggia, spalancata sul buio illuminato da gelidi addobbi. Tutto intorno solo i tristi frammenti di una giornata gettata in inutili frasi fintamente altisonanti. Spirito, bontà, il Natale senza neve, e un altro anno è andato, da bambino amava i gatti, un pomeriggio tranquillo, tuo zio Francesco diceva sempre…. Il peso di anni lontani che si scontrano con la loro stessa immagine sbiadita, mentre il cuore si aggrappa ad un sentimento di inedita, lontana e meravigliosa condivisione. Il vago senso di incertezza che accompagna la noia del ritorno, fa tutt’uno con le oscure presenze nascoste all’interno di minuscole gocce aggrappate al vetro di una finestra illuminata a festa. Ancora poche ore, prima che il rumore della festa sfumi nel silenzio della stanchezza, prima che il tempo ritorni a scorrere nella giusta direzione; soltanto poche, noiose, incomprensibili, lunghissime ore. venerdì, dicembre 24, 2004
Zip Secondo me in fondo è solo un problema di spazio. Quanto ce ne può essere in una testa? Quante cose possono stare in questa specie di sfera schiacciata, dura come il diamante a volte, a volte invece delicata come un cristallo; sempre preziosa comunque, ed inestimabile…. Quanti dolori, e scommesse perse, speranze disilluse, problemi assurdi e fisime incomprensibili, guai, nemici, odio, paure, nausea, stanchezza, povertà d’animo, infantili ripicche, catene morali… Quanta morte! Ma anche gioie, vittorie e obiettivi raggiunti, soluzioni geniali, invenzioni colorate, dolcezza, amicizia, coraggiosi salti, forza d’animo, pensieri alti, sentimenti appaganti, nobiltà… Quanta vita! Solo che è sempre troppo piccolo questo castello, troppo grande il tumulto della vita per poterlo raccogliere e conservare senza che ad ogni istante qualcosa dall’esterno spinga lontano una parte di questo tesoro, per usurparne lo spazio. E così migliaia di persone, migliaia di volti, migliaia di nomi, parole giudizi ed opinioni si scavalcano, si accavallano, si mischiano, si confondono; e tutto si fa così maledettamente difficile da contenere, da custodire in questo spazio senza via di fuga. E in questo angusto ripostiglio la tua anima comprime se stessa, fino al giorno in cui ti accorgi che il calore del sole non riesce più ad entrare nel tuo cuore ormai indurito, ma può scorrere soltanto sulla superficie della tua vita, come una goccia d’acqua sul corpo di un’anatra nello stagno dietro casa. E vorresti allora riuscire a zippare almeno una parte del tuo passato, per fare un po’ di spazio a tutte le centinaia di domani che stanno per arrivare.
giovedì, dicembre 23, 2004
Palle Un biglietto d’auguri, per quanto banale, fa sempre piacere in fondo. Quando poi la banalità, chi te lo manda non sa neppure dove stia di casa, tutto diventa improvvisamente più vero. Questo mi è arrivato ieri, con tanto di biglietto dipinto coi piedi. “Le palle di Natale, come quelle dei giorni normali, sono palle maligne e come tali sarebbero da evitare. Ma per ragioni oscure l'attrazione è fatale. Eccoci qui allora a recitare come tanti anni fa la solita poesia natalizia, che ha ormai assunto proporzioni e pesantezza enormi, sostituendo alle rime baciate una infinità di palle recitate; sicuramente più appariscenti ma desolatamente vuote. Meglio fermarsi qui allora. Titolo: A Natale rompiamoci le palle” Grazie Radozzo, vecchio cammello! mercoledì, dicembre 22, 2004
Tanto così A volte capita di vivere frazioni di secondo in cui pensi di essere davvero a tanto così dall’acciuffare il cuore segreto delle cose. Accade a volte. E’ allora che ti accorgi del leggero soffio di chiarezza che si aggira fuori dalla tua porta, chiamandoti con discrezione, mentre si intrufola tra un urlo e l’altro, bussando con la prudenza di una mano guantata dal velluto. E’ accaduto ancora stamattina, senza preavviso. Quando l’ho intravisto questo soffio, ho deciso di farlo entrare, a bere qualche cosa e a scambiare due chiacchiere, solo per vedere per un po’ più da vicino quel suo dolce sguardo sorridente. Perché lo sentivo, mentre pronunciavo il mio “avanti!” che in realtà tutto l’universo stava dentro a questo magico fotogramma, raccolto in questo fantasmagorico, indimenticabile, meraviglioso venirsi incontro con le braccia spalancate. E mi è sembrato allora di sentirlo come vivo, per un secondo almeno, quel tepore soffice ed appagante; proprio un attimo, prima che il bagliore di questa piccola sfera di luce dispettosa si nascondesse ancora una volta dietro l’inevitabile battito delle mie palpebre rugose. Stavolta c’è mancato davvero poco però… martedì, dicembre 21, 2004
Per favore, da che parte…?(2) Sto cercando; è per questo che sono un po’ di fretta ultimamente. Sto cercando qualcuno, ma non sono ancora riuscito a trovarlo. Intendo dire qualcuno che sia in grado di dirmi dove potrei andare. Perché non è che io poi abbia bene idea di quello che mi potrebbe capitare, soltanto vorrei decidermi ad andare davvero verso qualcosa, di bene o di male non ha importanza, purché qualcosa sia. Vorrei soltanto che fosse qualcosa di definito, di chiaro, che io possa toccare una buona volta, non importa se con uno schiaffo o una carezza. L’importante è riuscire a sentirla sotto le mie mani questa cosa, e che le riscaldi un po’. E allora se qualcuno mi sa dire da che parte devo andare, me lo dica, senza peli sulla lingua. Solo, non siate offensivi se ci riuscite! domenica, dicembre 19, 2004
Non più Perché adesso mi sembra che sia arrivato il momento di pensarci seriamente. Voglio dire, nessuno può credere seriamente che si possa continuare a sopportare a lungo quest’assurda situazione, in cui uno deve essere costretto a sorridere per una cosa che odia. Il fatto è che bisogna ad un certo punto avere il coraggio di prendere il toro per le corna, e riconoscere che quello che riemerge dalla nostra infanzia se n’è andato per sempre, anche se può sembrare impossibile. Non tornerà più, basta, finito, kaputt! Con le sue pecorelle dalle gambe incerottate, col suo Gesù Bambino grande più del bue, coi regali nascosti tra le lenzuola ruvide, col profumo dei mandarini, la tombola con i chicchi di mais, la neve sul davanzale, papà che, udite udite, sorrideva. Basta! E allora, aboliamola questa parola: Natale, cancelliamola semplicemente dal calendario, da rosso a nero: punto e basta! Cambiamogli nome, che ne so….chiamiamolo Ri-creazione, Sosta, Giro di boa, Festa di inizio Inverno….qualsiasi cosa va bene, basta che la piantiamo con questa farsa del sentirci più buoni, della festa dei bambini, del panettone marmoreo fatto a Pasqua, della lotta libera per il regalo a tutti i costi, dell’addobbo Prêt-a-Porter, dell’ingrasso a scopo di lucro. Io vedo ormai solo lamenti, imprecazioni, stress e solitudine, non sorrisi spontanei, gioia, pace e vera compagnia. O almeno cambiamo il proverbio: Natale dove vuoi, e chi s’è visto s’è visto. Alle banalità e alla retorica non mancheranno certo le occasioni per rifarsi. Perché, al di la di tutto, io me lo ricordo ancora che Natale, un tempo, voleva dire essere felice. Non ho voglia (G.Ungaretti) sabato, dicembre 18, 2004
Per favore, da che parte…? Una volta ho letto un libro, uno di quelli che, chissà perché, ci si ricorderà di aver letto per tutta la vita. Era uno di quei libri che si regalano a Natale per liberarsi da un obbligo o da persone che non contano niente per te, probabilmente preso a caso tra qualche decina di suoi simili, forse solo un po’ più grosso degli altri. O forse anche le persone che uno domani cancellerà dalla propria vita con un semplice gesto della mano, hanno a volte la fortuna di azzeccarne una. In ogni caso si trattava di una specie di allegoria tutta giocata sul parallelo con il mondo del Puzzle. Io prima mica avevo mai pensato al fatto che esistono una serie di tipi precisi di tessere: croci semplici, croci doppie (o di Lorena), ometti con un cuore al posto di un arto, o due, tre, anche quattro, con la testa o senza, ometti monchi, o senza una gamba…e poi ci sono gli uomini normali, quelli perfetti, quelli con tutte le loro cose al posto giusto, e che danno un senso di normalità al tutto. Solo che questi sono come noi, non ce n’è uno uguale all’altro. Si assomigliano tutti certo, tutti con la loro bella testa pettinata alla Rodolfo Valentino, le loro braccia aperte come l’uomo di Leonardo (forse un po’ meno alteri) e le loro belle gambettine aperte, come quelle dei ragionieri in vacanza a Sharm. E tu in un certo senso ti ci vedi riflesso in quest’omino dalla testa un po’ grossa e con le gambe un po’ più storte delle altre; e allora dici a te stesso: questo mi piace, potrebbe essere mio fratello, e poi quella linea azzurra che gli fa da collana gli dà un’aria così importante… Allora lo prendi, lo appoggi in un angolo e decidi di tenerlo per ultimo, perché ti sembra che possa essere lui a dare un senso al tutto, anzi è a lui che il tutto si rivolgerà per dire: ok, ora tutto è al suo posto. Solo allora il puzzle potrà dirsi finito; solo allora il mondo che ci vive dentro avrà un suo senso, e le croci, e i cuori, le gambe e tutto il resto non saranno più provvisori, ma ognuno di loro avrà il suo posto preciso nel mosaico della vita. Ecco, oggi doveva essere il giorno in cui sarebbe suonata l’ora dell’omino dalla testa grossa, era giunta la sua ora, mentre le altre 9999 anonime tesserine avrebbero smesso di aspettare, di trattenere il respiro in attesa che lui infilasse le sue gambine e la sua testa grossa tra tutti quei cuori e quelle braccia che lo stavano aspettando, proprio lì, al centro del mondo. Solo che non sono più riuscito a trovarlo; al suo solito posto c’era uno spazio vuoto, ed anche lì attorno non c’era più nessuno; sotto il tavolo niente, e niente tra le pieghe del maglione. Poi ho guardato sotto il coperchio della scatola….c’era infilato un biglietto, scritto a caratteri minuscoli, che diceva pressappoco così: “Insomma, ero stufo di aspettare che qualcuno si ricordasse di me, per cui me ne sono andato a vedere se per caso riuscivo a trovare posto fra qualche altro cuore, per me e la mia collana di turchesi. Però magari torno… In ogni caso non rimanete alzati ad aspettarmi, è molto probabile che faccia tardi!” Non penso di rivederlo ormai, di sicuro non oggi…. Peccato però, sarebbe stato bellissimo come puzzle. E credo anche come vita!
venerdì, dicembre 17, 2004
Uno doppio Per quanto mi riguarda io non mi sento affatto diverso; ma non per questo posso essere uguale. E questo, insomma, mi dà ancora un po’ di coraggio. In realtà sembra strano, perché a me non piace affatto stare solo; anzi l’ho già detto: proprio non lo sopporto. Solo che se penso a me stesso, al mio sfondo nero e opaco, alle mie parole azzurre, o alle mie immagini "massimo per 120", sono orgoglioso di non poter essere confuso. Non son poeta, nemmeno penso di saper scrivere, addirittura ho dei seri dubbi sul far di conto. Però non ho invidie e non voglio assomigliare che a me stesso. Non mi piace mascherarmi da buffone, ma nemmeno fingere una vita che non ho mai avuto. E se chiedo aiuto, e le mie lacrime azzurre cadono senza lasciar traccia su questo fondo scuro è solo perché il mio volto non è rosso di vergogna, ma soltanto nero di rabbia. Ed il nero si sa non riflette, neanche quando piange. giovedì, dicembre 16, 2004
Spiacente Mi spiace di essere cupo a volte, o di non ispirare sorrisi in chi mi ascolta. Mi spiace di passare per uomo di poca compagnia. Mi spiace di contorcermi su me stesso come uno serpente infreddolito. Mi spiace di ricordarmi a malapena di quello che mi dice la gente, o di scordarmi del tutto le mie stesse parole. Mi spiace di non godere mai a fondo i momenti felici, o di snobbare gli amici, o di avere solo occhi per le mie piccole miserie, o di fuggire dalle disgrazie con la D maiuscola. Mi spiace di vivere sempre di ricordi morti, sepolti sotto una pesante e polverosa coperta di giorni. Mi spiace di non riuscire a distinguere il futuro, se non quando è già sul punto di trasformarsi in oscuro presente. Mi dispiace, davvero! Anche di continuare a dispiacermi per il mio inutile dispiacere. mercoledì, dicembre 15, 2004
Onda su onda E’ semplice: è proprio il silenzio che non riesco a sopportare, non più ormai. Sennò perché mai accenderei la radio prima ancora di aprire gli occhi la mattina, ascoltando al buio il rumore del mondo, con le sue inestricabili assurdità, col tuffo nel “fuori” che riempie le orecchie di musica e voci, rumori, tonfi e fischi lontani? E perché la notte non posso addormentarmi senza la litania di una televendita, o di qualunque suono che svuoti la mia mente dal turbamento di questo terribile niente? Qualsiasi cosa, basta che funzioni come antidoto alla nera assenza dell’onda! E’ semplice e terribile la paura, il terrore di sentirlo il silenzio, anche per pochi istanti. E’ il maledetto rumore dell’anima deserta questo; io l’ho provato qualche volta questo assordante vuoto che ti risucchia il cervello nel pozzo nero della sua stessa presenza-assenza. Tu, solitario di fronte a te stesso. In silenzio. Senza sapere se riuscirai a passarci ancora attraverso; a sbucare di nuovo nella luce di una nota qualsiasi. E allora, prego: anche una pernacchia mi andrebbe bene!
martedì, dicembre 14, 2004
Oblò E’ che uno pensa per una vita ai suoi occhi come a due piccoli oblò da cui spiare il mondo. E che quello che vede passare da lì è quello che è realmente, e che i colori sono proprio colori in sé, e che quello che ti guarda al di là del vetro sia un vero e proprio volto d’amore. E invece poi ecco che appare un punto luminoso al centro, circondato da un cerchio di ombra nera, che si espande veloce ed oscura questo stagno di fantasie senza corpo. Ed allora ti rendi conto di aver buttato anni, o secoli forse, ad osservare una non realtà, o dei non colori, o delle maschere familiari che ricoprivano volti estranei e distanti. E che le finestre sul mondo erano soltanto due piccoli schermi su cui una mente prigioniera del suo limite, ingannava il tempo e se stessa, proiettando speranze destinate ad infrangersi inesorabilmente contro il bordo del suo stesso sogno di onnipotenza. E ti rimane allora soltanto un’ incontrollabile voglia di palpebre chiuse .
lunedì, dicembre 13, 2004
Across the board
A volte il confine tra il buon umore e la tristezza è sottile come un piccolo foglio di carta scarabocchiato. Le domeniche uguali a se stesse hanno spesso destini inaspettati; è sufficiente il semplice sorriso di una telefonata, o la melodica dolcezza del saluto di un amico dagli occhi arrossati, a dipingere coi colori della speranza il sottofondo opaco di una stanza colma di sconforto. Ma in agguato, nascosta dentro il vuoto di un bicchiere, è pronta una piccola lacrima di casualità, vogliosa di liberare l’infelicità dal suo timido sonno: in silenzio, come una goccia di pioggia che si appoggia prudente sul velluto di un vecchio giaccone, la paura del tempo rinnova l’antica ansia del domani. Tre brevi parole tracciate in un lontano attimo di quiete, si vestono oggi del freddo sapore dell’inevitabile fine, cui improvvisamente ci ricordiamo con disgusto di essere incatenati. Qualcuno ti ha mirato quando eri giovane ma nessuno ha sparato Ora ti sei appena seduto lì, dentro la pistola sei un proiettile che sta diventando vecchio e stanco
sabato, dicembre 11, 2004
Il caco fiammingo
Nel tomo I della monumentale “Ricette e manicaretti nell’Europa del XV e XVI secolo” Bereguardo da Pavia riporta un brano tratto dalla “Historia Brabanteum” di Bruggone da Bruges, nel quale è contenuta la ricetta tradizionale di un dolce che le contadine del ducato di Gand erano solite preparare nella notte tra il 12 e il 13 Dicembre, per festeggiare l’arrivo di santa Lucia, protettrice dei tessitori. Si tratta della famosa "Spetasciàta di cachi" altrimenti detta Spetàschen Cackx, (tipo Eddy Merckx).
Noi volentieri qui la riportiamo.
Ingredienti per 4 persone:
2 Kg. di cachi, varietà “fiamminga”, molto maturi, 3 cucchiai di olio di trementina 2 g. di zafferano del Belgio 1 bicchiere di rosato della Mosella Acqua q.b.
Preparazione:
Lasciare bollire i cachi fiamminghi in una pentola di coccio per un ora e mezza a fuoco lento, aggiungendo poco alla volta l’olio di trementina, il rosato e lo zafferano a pioggia, allo scopo di ravvivarne il colore. Mescolare delicatamente con un pennello di martora della foresta di Charleroi. Lasciare raffreddare all’aperto per circa due ore, dopodiché stendere la purea ottenuta su delle tele di lino misura 70 per 90, fino a lasciarla asciugare completamente. Decorare a piacere con arzigogoli di vita vissuta.
Il Consorzio per la Tutela del Caco Fiammingo (C.T.C.F.) sentitamente ringrazia
(da una idea di Albamarina)
venerdì, dicembre 10, 2004
Fuga Il vetro della finestra era ormai spalancato e la grossa corda penzolava da qualche minuto nel buio, arrivando quasi a sfiorare il terreno, alle spalle del grande edificio in cima alla collina, mentre la gialla luce dei lampioni lasciava intravedere la piccola apertura nella recinzione, dietro la quale il mondo, quello stesso mondo da cui proprio lui si era volontariamente allontanato pochi giorni prima, gli ammiccava, estasiandolo con l’irresistibile melodia del ricordo. E lui ascoltandola aveva ormai deciso di non resistere oltre, di sciogliere i nodi che lo tenevano avvinghiato a questa prigione senza sbarre e di cedere ancora una volta alla dolcezza del richiamo. Eppure era stato proprio lui a scegliere il proprio esilio, per cercare di guarire, di liberarsi una volta per tutte da questa terribile schiavitù che si era impadronita ormai completamente della sua anima. In realtà, fin da piccolo era stato irresistibilmente attratto da questa sirena ammaliatrice, da questa medusa assassina. Suo padre l’aveva subito messo in guardia: - non fidarti – gli aveva detto – un giorno capirai che non è tutto oro ciò che risplende, che non bisogna cedere a chi ti offre felicità a buon mercato. – Solo che lui non aveva mai accettato i consigli di uno che in realtà aveva sempre considerato il suo peggior nemico. Così, poco alla volta, le si era abbandonato, l’aveva lasciata entrare in casa sua; da prima una volta ogni tanto, poi un po’ più spesso, tanto più spesso, quasi sempre, sempre ormai! Ed eccolo oggi questo giovane rudere in balìa del vento ossessivo di questa droga maledetta. Del resto si sa, è sempre così che accade in questi casi: si inizia per gioco, per stare con qualcuno, per fuggire alla noia… E ci si ritrova schiavo, incatenato a questa roccia di granito che ti accerchia, ti coccola e ti pugnala dritto al cuore. Il lavoro, i soldi, la famiglia, la casa: tutte balle! Solo una cosa ti interessa ormai: la tua bianca signora dalle calde braccia, che ti avviluppa e ti stringe tra le sue spire di velluto… La breccia nella rete lo traeva a se’, anzi era lui che la invocava questa libertà, la gioia di quei brevi istanti in cui la loro unione lo ripagava del dolore e della sofferenza di tutta una vita. Scavalcò il davanzale, si aggrappò alla fune e si lasciò lentamente scivolare verso il basso. Poi si avviò furtivo verso la fuga, verso la felicità della sua “scimmia”. Proprio mentre si allontanava col cuore finalmente caldo, si voltò a guardare un’ultima volta con disprezzo la sua prigione. Alzò gli occhi e lesse con compassione la scritta al neon che campeggiava sul tetto del palazzo. CENTRO per la DISINTOSSICAZIONE dall’ AMICIZIA Il compatimento cedette allora il posto al disprezzo; sputando per terra, con soddisfazione mista ad orgoglio, si allontanò fischiettando all’inseguimento del suo stesso sghignazzo. giovedì, dicembre 09, 2004
Shhhhh! Il rumore della solitudine è insopportabile. Non puoi chiudere le orecchie quando lo avverti, ne’ allontanarti da esso, non puoi neanche abbassarlo un po’ ruotando qualche manopola nascosta nel tuo cervello. Non sai neanche quanto durerà la sua tortura, quel nulla pieno del furibondo buio dell’ignoto che penetra nel groviglio della tua mente, recidendo la sicurezza del conosciuto. Lei non dà nessun annuncio del suo arrivo, ne’ del resto servirebbe molto saperlo in anticipo; nessuna forza morale o chimica la può arrestare nella sua avanzata, nessun aiuto può fermare il terrore di questo nero pozzo di silenzio che sembra inghiottire il piccolo universo che gli si para davanti. Puoi solo ascoltarla questa dea vendicatrice, aspettare che finisca di urlare il suo nulla, sperare che il fragile equilibrio fra il tuo coraggio e la tua paura riesca ancora una volta, aggrappandosi al flusso inarrestabile del tempo, a salvarti dal naufragio in questo vorticoso bicchiere d’acqua torbida. Domattina forse il freddo sole, che si fa faticosamente largo nel muro di foschia di questi umidi giorni di inizio inverno, tornerà a riempire le tue orecchie con il rombo familiare della propria assordante compagnia. martedì, dicembre 07, 2004
Prospettiva Io voglio soltanto una prospettiva tutta mia, una qualsiasi. Giusto per avere qualcosa da fare e da guardare, se non oggi domani magari. Certo, per adesso posso ancora farcela a sopportare quest’accidenti di nebbia collosa, con la sua stretta soffocante che mi afferra alla gola come una gigantesca tenaglia. Però il mio serbatoio è quasi vuoto e devo ritrovare un po’ alla svelta qualche litro di senso al mio guardare fuori. Chissà, forse basterebbe un po’ di sole ad illuminare questa grigia distesa fatta di niente; magari anche un piccolo fiume che scorresse là in fondo e verso la cui riva lasciarsi attrarre. O magari l’incanto della musica misteriosa di un piccolo bosco di abeti, attraversato dal morbido soffio di un tiepido vento primaverile. Forse sarebbe addirittura sufficiente un semplice viso da adorare, o due occhi da esplorare, una mano da raggiungere e da accarezzare…. Insomma, datemi qualcosa per cui valga ancora la pena insistere ad alzare la testa, a cantare e a ridere, o anche solo a gonfiare i muscoli del petto, ancora ricolmi di un antico orgoglio. Datemela questa piccola prospettiva, ed io ancora una volta vi solleverò il mondo! lunedì, dicembre 06, 2004
Buona fine Qual è allora il senso di questo stupido abbraccio con cui tenti di levarti di dosso il fardello della tua impotenza? Dall’alto di questa fredda volta spoglia di colore, un improbabile angelo osserva questo gregge col muso chino ed accorato, sospeso tra sbuffi e frasi di circostanza vanamente sussurrate ad orecchie che non possono ascoltare altro che il proprio dolore. Sono così calde queste lacrime che seguono faticosamente il loro triste percorso fra le rughe di un volto stanco. Ma per un breve istante riescono a sciogliere il sottile velo di cenere che ricopre questo corpo ormai irriconoscibile, mostrandone un’ultima volta il sorriso lontano ed il suo scrigno colmo di ricordi.
domenica, dicembre 05, 2004
La giostra Ho sempre avuto paura delle giostre, anzi quasi terrore. Lo so, non è una cosa normale che un bambino non voglia salire su uno di quei cavalli dal sorriso accattivante che ondeggiano avanti e indietro movendosi in tondo, come se fossero delle barchette col timone bloccato costrette a girare su se stesse, mentre una musichetta assordante copre il rumore delle sue risate e le preoccupate raccomandazioni di padri assurdamente agitati. A me invece piaceva andarci soltanto vicino, e fermarmi a guardarle mentre roteavano davanti al mio occhio ondivago ed indagatore, per cercare di indovinare quando il gorilla col collare giallo, o il delfino rosso sarebbero ricomparsi improvvisamente alla mia destra, dopo che se n’erano andati laggiù, verso sinistra…. Quanto al salirci sopra, non ne ho mai voluto sapere, ne’ di quella smania della vertigine, di quella specie di delirio ridanciano che vedevo apparire sul volto degli altri bambini; mi spaventava l’idea che la mia testa iniziasse a girare vorticosamente, o quella di non riuscire mai ad acchiappare quel dannato codino spelacchiato che penzolava di fronte al mio piccolo braccio proteso. Ebbene, improvvisamente stamattina nel dormiveglia di una grigia mattina colma di tristezza, l’ho risentito quel fastidioso terrore, quella palpitazione malinconica che mi accompagnava in quei giorni ormai lontanissimi, quando lo zio di turno ti costringeva ad arruolarti nell’esercito dei forzati del divertimento coatto. Credevo di averla sepolta sotto il cumulo di un’infinità di anni, invece eccolo lì che riemerge come se fosse passato solo un attimo. Stavo semplicemente passando in rassegna le tristi incombenze di domani, le lacrime ed il dolore cui sarò costretto ad assistere. Ed era proprio uguale il fastidio, uguale il desiderio che finisse presto, la voglia di saltare a piè pari questi momenti di disagio, di vuoto rassegnato, il senso di incomprensibile inutilità dei gesti. Si nasce per vivere, si vive per morire, d’accordo. Però io mica l’ho scelto di continuare ad aspettare che da quella parte arrivi alla fine qualcuno che mi dica: è il tuo turno adesso, sali svelto che manca poco ormai! Io non ho mica chiesto di venire qui, però adesso che ci sono perché non posso continuare a divertirmi a modo mio? Almeno fino a quando il gorilla ed il delfino non decideranno da soli di scendere per andarsene a riposare, voglio restare a controllare che tutto proceda nel solito e consolante modo, senza buttarmi nella mischia, semplicemente standomene qui su questa mia strana panchina un po’ retrò ad osservare “l’eterno ritorno dell’uguale”. Niente di meno. Niente di più. Scusate, ma cercate di capire: due funerali al giorno sono un po’ troppi anche per un vecchio cuore di bambino. sabato, dicembre 04, 2004
Molto bene
Ogni tanto mi capita di pensare a tutte le persone cui mi è capitato di volere bene nella mia vita. Molte se ne sono andate da un’altra parte rispetto alla mia, altre sono semplicemente (strana parola usata in questo modo, ma va bene così!) morte, di altre sono proprio io ad aver fatto l’errore di smarrirne le tracce. Non è rimpianto quello che accompagna il loro volto annebbiato, il ricordo un po’ sbiadito della loro vicinanza. E’ solo la triste e fatalistica accettazione della caducità delle cose, sorretta a stento da una piccola consapevolezza del fatto che alla fine, nella vita di un uomo, volere bene a qualcuno è in fondo l’unica, l’assolutamente unica, l’incontrovertibilmente unica cosa per cui valga davvero la pena di vivere. D'altra parte cos’è questa continua ricerca di qualcuno che abbia bisogno del nostro calore, se non la voglia di scacciare ancora una volta il gelo del nostro cuore indebolito dal disincanto? Con buona pace di qualsivoglia altro, magari più prosaico, appetito, naturalmente. Perché accidenti, io me lo ricordo bene “quanto amore, quanto amore che ho cercato, quante ore, quante ore che ho passato davanti a un termosifone, per avere un poco di calore…”
venerdì, dicembre 03, 2004
A volte tornano …Il morbido passo del vecchio pastore non riesce a spezzare la muta solitudine della fredda brughiera. Il piccolo gregge, raccolto in uno scampanio distratto, scuote appena il frusciante tappeto del sottobosco dormiente, mentre dal cielo, dipinto da un grigio pennello di pioggia, docile ed accorto, discende un esile ramo coperto di gemme cariche di premonizione…. Ma è passato tanto, tanto tempo ormai…
giovedì, dicembre 02, 2004
A Maurizio “l’uomo non si nutre di verità, l’uomo si nutre di risposte!” (D. Pennac) Non è mica vero che si vorrebbe sempre scoprire la verità delle cose. Certo, spesso ci si interroga sui perché di ciò che ci accade, e si vorrebbe scoprire quello che sta dietro tutti quei punti di domanda che calpestiamo ad ogni passo senza accorgerci. Solo che i criteri per stabilire quali siano le risposte vere e quelle false, non li abbiamo quasi mai a disposizione e ce li dobbiamo fare prestare da un amico, o da un fratello, finanche da qualche mezzobusto impomatato che ci invade il televisore all’ora di pranzo. E si che l’alternativa ci sarebbe pure: potremmo partircene col nostro bel fagotto di pregiudizi a tracolla, come tanti piccoli hobos ritardatari, e vagare senza meta alla ricerca delle risposte giuste. Non credo però che in questo modofaremmo molta strada senza inciampare di nuovo in qualche domanda, magari mascherata da punto esclamativo. E in ogni caso questa cosa costerebbe fatica, tanta, troppa fatica; e noi non abbiamo più molta forza di volontà. L’energia di un uomo di mezzo non è mica più quella incosciente e guascona di un adolescente. Assomiglia ogni giorno di più alla prudente stanchezza del tramonto piuttosto che all’irrequieto ardore dell’alba. Così, oggi che la morte torna a farci ascoltare il suo sordo brontolio, mentre ci mostra queste immagini listate a lutto di un passato dissotterrato per l’occasione, ci possiamo accontentare di una risposta, una qualunque, purché sia sufficiente a sgonfiare questo immenso sconforto che minaccia di farci esplodere il cuore, con la sua crudele ed inspiegabile assurdità. In fondo la morte nel sonno di una roccia di 45 anni può essere benissimo anche un fatto statistico. Nonostante la memoria ti penetri come una freccia intinta nel veleno, magari fingendo il dono di una risposta consolante. mercoledì, dicembre 01, 2004
Alibi Eppure mi ero ormai quasi abituato agli errori. Ormai facevano parte di me, erano il mio nutrimento serale, una specie di minestra troppo salata, con ingredienti che facevano a pugni tra loro, eppure io mi adagiavo in essi, mi regalavano la compagnia del rimpianto. -Cosa diavolo ti è saltato in testa? – così diceva a volte la coscienza inebetita dal rimorso. Solo che immediatamente subentrava un morbido senso di commiserazione, travestito da nobile causa, o se si vuole una gretta e mistificante autoassoluzione; e le apparenze erano salve, mentre ci si preparava alla prossima prova, anch’essa persa in partenza. Oggi però c’è sempre questa strana aria di soddisfazione seduta di fronte al mio piatto fumante, in questa cucina improvvisamente ricca di luce, a fare da condimento a questo cibo, diventato improvvisamente degno di un palato da buongustaio. Forse è soltanto la stanchezza che si accompagna all’ipocrisia, o forse l’anticipo dell’ultima battaglia contro la mediocrità della vita. O che sia invece soltanto il desiderio, per un vecchio corpo infreddolito dagli anni, di accontentarsi ormai di una piccola parola di affetto sincero, sussurrata attraverso una piccola finestra aperta su un mondo fatto di “consonanze”? Un alibi insomma, per provare una volta ancora cosa significa essere liberi di sbagliare senza rimorsi. |
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